L’idiota di famiglia, di Dario Ferrari
Esiste (almeno nella mia testa) un fenomeno che chiamerò “Effetto Revolutionary Road”. Il termine fa riferimento al capolavoro del 1961 di Richard Yates. A differenza di Dostoevskij o di Mann, che furono capaci di superarsi romanzo dopo romanzo, Yates visse la sua carriera di scrittore schiacciato dal meritato successo raccolto con la sua opera prima. Non che i libri successivi a Revolutionary Road siano brutti, ma obiettivamente in essi manca sempre qualcosa per raggiungere le altezze toccate da quel capolavoro. Chiaramente parlo dal punto di vista del lettore (non so quale fosse il giudizio di Yates riguardo alla propria produzione), ma l’effetto a cui faccio riferimento consiste in un senso di insoddisfazione e può essere riassunto nella frase: “Per carità, è bello… ma Revolutionary Road è un’altra cosa!”
Leggendo L’idiota di famiglia di Dario Ferrari (Sellerio 2026) ho provato la stessa sensazione: il suo libro precedente (La ricreazione è finita, Sellerio 2023) mi aveva parecchio entusiasmato, mentre la lettura del suo ultimo romanzo mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca e mi ha fatto pensare: “Per carità, è bello… ma La ricreazione è finita è un’altra cosa!”
Chiaro, si tratta di un giudizio del tutto soggettivo, perché l’effetto di cui parlo si fonda essenzialmente nel rapporto che, da lettore, ho intrattenuto con l’opera-modello. Tuttavia, credo ci sia almeno un punto critico oggettivo ne L’idiota di famiglia che riguarda la struttura narrativa. Prima di esporlo, voglio parlare della storia.
Il protagonista (e voce narrante) de L’idiota di famiglia si chiama Igor Nieri. Viareggino, vive a Roma con la sua compagna Marta, scrittrice femminista che sta riscuotendo un certo successo (e questo la porta ad assentarsi spesso da casa per partecipare a conferenze e presentazioni). Al contrario, Igor di successo ne raccoglie poco: fa il traduttore, e questo gli consente di vivere nell’ombra. Ed è quello che – in effetti – desidera.
“Be’… per tradurre bisogna avere la qualità più rara del nostro mondo”, impapocchio.
“Ovvero?”
“Bisogna avere la ferrea volontà di farsi da parte, di non esserci. […] Non voler a tutti i costi essere al centro della scena. Tradurre significa svanire, e chi è che oggi è in grado di svanire?”
Come Marcello, il protagonista de La ricreazione è finita, Igor è un riuscitissimo esemplare di homo marginalis: in un mondo dominato dalla competizione e da un conatus performante, il nostro (anti)eroe preferisce stare in disparte, come un Bartleby che ai canti delle sirene di questo mondo preferisce dire di no. Lo fa per pigrizia (probabilmente), per mantenere un minimo di dignità e non vendersi al sistema (forse), ma anche perché sa – o sente – che è preferibile seguire le proprie inclinazioni e fare ciò che si ama (mi piace pensarlo), anche se poi la vita ti lascia raccogliere solo un pugno di briciole.
Pertanto, come Marcello, il nostro Igor dovrà fare i conti con il suo animo da Bartleby, che lo rende un “vinto” agli occhi della sua compagna, degli amici e dei suoi familiari; e dovrà fare i conti con questo mondo affamato (di successo) e ipocrita (nella misura in cui vuole convincerti che le sue zanne sono solo dentini da latte).
E ancora: come ne La ricreazione è finita, L’idiota di famiglia sviluppa al suo interno una storia parallela, che emerge attraverso la lettura di carte e manoscritti; solo che questa volta non si tratta dell’opus postumum di un pericoloso terrorista viareggino, ma del padre di Igor. Ed è forse questa la parte migliore del romanzo: la febbrile ricerca di un padre (Herr Professor Nieri) che, pur solidamente presente nell’infanzia del protagonista, soltanto ora che si è ammalato di Alzheimer si lascia avvicinare e conoscere attraverso i suoi scritti privati. E attraverso questo lavoro, Igor riuscirà a gettare una luce non solo sulla figura paterna, ma anche su se stesso (pur nella consapevolezza che non c’è modo di svelare completamente l’oggetto che si contempla).
A questo punto dovrebbe essere chiaro il punto critico a cui ho fatto riferimento: non solo L’idiota di famiglia e La ricreazione è finita condividono la stessa forma di vita (Igor e Marcello sono interscambiabili), ma la struttura narrativa del primo ricalca quella del secondo.
Questo non significa che L’idiota di famiglia sia un brutto romanzo: nella forma di vita di cui sopra ci sguazzo sempre volentieri, e la vicenda narrata attraverso il manoscritto di Herr Professor è davvero bella (a tratti commovente). La scrittura di Ferrari la trovo meravigliosa (il suo inchiostro è una miscela di ironia e malinconia sapientemente equilibrata), anche se in questo caso l’ha forse appesantita con continui riferimenti alla cultura pop (da ChatGPT al neofemminismo, dalle shitstorm sui social alla cancel culture) che a volte scivolano nel cliché (d’altra parte, per citare Igor: “Non prendiamoci in giro: quand’è che non siamo dei cliché? Chi è che è mai riuscito a non esserlo?”).
Concludo tornando all’“Effetto Revolutionary Road”. Nell’esporlo, ho taciuto che nella mia testa c’è un secondo fenomeno, che chiamerò “Effetto Disturbo della quiete pubblica”. Se è vero che il romanzo del 1961 di Yates è un capolavoro, forse, tra i suoi romanzi, quello che mi ha fatto più male – che ha tagliato qualcosa dentro di me rimestandone la ferita – è, appunto, Disturbo della quiete pubblica. Pur essendo obiettivamente inferiore a Revolutionary Road, quest’ultimo ha lasciato un segno più profondo nelle mie viscere, che ancora non mi so spiegare (o che non voglio spiegare).
Ebbene, L’idiota di famiglia, a differenza de La ricreazione è finita (la cui lettura mi ha entusiasmato), ha saputo fare qualcosa di simile, agendo nel profondo. Ho finito di leggerlo da un paio di giorni e avverto ancora adesso un tarlo emotivo che, prima o poi (non a livello narrativo ma esistenziale) dovrò affrontare. Evidentemente Ferrari possiede una grammatica che sa parlarmi e raccontarmi. E se rimango dell’idea che “L’idiota di famiglia è bello… ma La ricreazione è finita è un’altra cosa”, non posso ignorare questo effetto.
02/04/2026

Commenti
Posta un commento