Il giardino dei fiori infelici, di Nicola Lucchi


“Sto solo cercando di capire cosa sono” disse. “Ho provato a farlo fissandomi allo specchio per ore, l’ho fatto rimuginando su ogni azione compiuta da che ho memoria, poi l’ho chiesto alle bestie, alle piante, a questi bambini. Ora parlo con lei e cerco di fare lo stesso. Chi sono io?”

“Un giovane che ha commesso…”

“Lei non crede che il male possa diffondersi?” Lo interruppe Lucas. “Come i licheni della grotta, che salgono finché c’è umidità, come un fiume che esonda o un gas che si disperde, aggrappandosi a ogni particella d’aria.”


Nonostante sia ambientato quasi esclusivamente all’aperto, Il giardino dei fiori infelici di Nicola Lucchi (NEO edizioni, 2026) è un romanzo che suscita claustrofobia, ma nel senso buono: lo è come possono esserlo La città di K. di Agota Kristof, The Sunset Limited di Cormac McCarthy, oppure I quindicimila passi di Vitaliano Trevisan.


Provo a rendere l’idea con un’analogia, tratta dal mondo dei videogiochi del tipo dungeon crawler (per intendersi, quelli con la visione dall’alto e una mappa degli spazi esplorati). Man mano che si va avanti, si scoprono porzioni di un sotterraneo che prima non erano visibili e apparivano completamente nere; ma il quadro è comunque circoscritto, non è mai più grande di una certa linea visiva, e per quanto si vada ad allargare lo spazio noto, quello ignoto rimane celato, oscuro e inesauribile, a comprimere la visuale del giocatore.


Con Il giardino dei fiori infelici accade qualcosa di analogo: si brancola in una sorta di dungeon, dove il lettore si sente avvolto da porzioni di ignota oscurità, per quanto esse siano rivelate pagina dopo pagina, stazione dopo stazione, come in una via crucis che attraversa le pieghe più sotterranee dell’animo umano.


Una via crucis? In che senso? Partiamo dall’inizio. La voce narrante è quella di una madre, Olga; il protagonista è il suo giovane figlio, Lucas. Ci troviamo in un paesino montano dell’Insubria, cronologicamente nell’immediato secondo dopoguerra (sebbene i continui flashback ci portino spesso indietro, all’epoca fascista e agli anni della lotta partigiana).


Arrivano dei carabinieri e un prete, Don Raffaele, e veniamo a sapere che Lucas ha commesso una serie di omicidi e, cosa ancora più inquietante, le vittime sono bambini. Le autorità vogliono che Lucas indichi i luoghi in cui sono stati seppelliti i cadaveri e il ragazzo è disposto a farlo (in fondo è un reo confesso, non ha nulla da nascondere), ma pone una condizione: il prete dovrà accompagnarlo e ascoltare quello che ha da dire. Ha inizio così la storia, che si svolge tra una stazione-tomba e l’altra, nel corso della quale la narratrice ripercorre anche la propria storia personale, intrecciandola con quella del figlio (Lucas), del marito (fuggito via), del padre e del nonno (morti impiccati), di qualche suo compaesano (la cui pasta morale è sempre piuttosto torbida) e di… fantasmi (perché a narrare è la “matta” del paese, e sostiene di vedere gli spiriti di persone morte, in particolare bambini).


Come in un dungeon crawler, più si va avanti con la storia, più si esplora il passato della matta e di Lucas e dei loro compaesani, più si aggiungono tasselli; e tuttavia, per quanto l’esplorazione aggiunga porzioni di spazio illuminato, siamo sempre all'interno di un sotterraneo angusto.


Don Raffaele è un prete combattuto: umanamente, trova Lucas irritante e le parole dell'assassino risultano odiose ai suoi orecchi. Ma alla ritrosia, alla resistenza che egli oppone a quella confessione – che confessione non è –, ci sono anche momenti in cui Don Raffaele si apre all'ascolto, senza giudicare, mosso da una forma di pietas, di compassione dolorosa, che inevitabilmente risulta frustrata: l'uomo ha sempre la meglio sul medium del Dio amorevole, e il rifiuto si ripresenta, come sospinto da un conato di vomito. Ma si ripresenta anche il desiderio – umano, umanissimo – di voler capire. O meglio, il desiderio e il timore di capire e ricordare ciò che sarebbe preferibile dimenticare.


E così, stazione dopo stazione, il lettore si immerge in un sottosuolo intriso di sangue, dove affonda la “radice del male” (per citare il titolo di un libro già recensito) all’ombra del cui albero (immaginiamo che sia il ciliegio al quale il padre e il nonno di Olga si sono impiccati) crescono “fiori infelici” (per citare il titolo di questo romanzo). In effetti, abbiamo a che fare con una storia che si interroga su quel male radicale, quel male metafisico che ci rende tutti storti – compresi i carabinieri e i preti, che il male pretendono di arginare o curare – e che alcuni, più di altri, rendono manifesto. È il caso di Lucas, nei confronti del quale nessuno – dai suoi compaesani allo stesso lettore – può ritenersi assolto.


In conclusione, si tratta di una lettura dolorosa e, a tratti, anche faticosa (almeno, per quanto mi riguarda), ma vale la pena arrivare all’ultima pagina: non solo perché il quadro sarà finalmente completo, ma anche perché, a volte, nel dolore e nella fatica risplende la bellezza. E questo è un romanzo che, pur essendo avvolto dalle tenebre, risplende di bellezza.


30/05/2026



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