La notte devastata, di Jean-Baptiste Del Amo
Ci sono libri che nascono non solo per un’esigenza intima, l’urgenza di raccontare una storia, ma anche come omaggio alle opere che hanno nutrito il loro autore. È questo il caso del romanzo di Jean-Baptiste Del Amo, La notte devastata (Feltrinelli 2025, trad. di Maria Baiocchi), che è appunto un omaggio alla narrativa perturbante (King e Lovecraft su tutti) e al cinema di Craven (Nightmare), Carpenter (Halloween), Cronenberg (La mosca), Rose (Candyman).
Sulla carta la trama è semplice: ci troviamo negli anni Novanta, in un complesso residenziale di una qualche periferia francese, e un gruppo di ragazzini decide di avventurarsi in una vecchia abitazione abbandonata, aprendo il classico vaso di Pandora. Ma in realtà la trama non è così semplice, perché l’autore indugia in continue digressioni riguardo alla vita dei protagonisti, dando così forma a una cascatella di sottotrame (del risultato di questa operazione parlerò in seguito).
Trame e sottotrame a parte, il tema principale de La notte devastata è questo: il difficile “mestiere” di vivere l’adolescenza – un mestiere faticoso, ma ancor più pericoloso, che consiste nel sopravvivere a questa età e nell’uscirne il meno ammaccati possibile.
Il mondo in cui il lettore viene proiettato è, in tal senso, angusto: quello di un gruppetto di ragazzi (Max, Alex, Tom, Mehdi e Lena), di diversa estrazione sociale, etnica (Mehdi ha origini magrebine) e, in definitiva, esistenziale. In questo mondo gli adulti sono allo stesso tempo presenti e assenti. Sono figure distanti, simili a giganti che guardano, controllano, calpestano oppure ignorano questi ragazzini che si muovono sotto di loro. E, a causa di questa distanza, che comporta una differente prospettiva sulla realtà, non li capiscono.
Parlo di “giganti” in senso cartoonesco: avete presente Tom & Jerry? Gli umani appaiono dalle gambe in giù: sono invisibili, perché si pongono al di sopra delle stupide vicende di gatti e topi. Lo stesso vale per questo romanzo: gli adulti entrano ed escono dalle pagine come soggetti alieni che non parlano la lingua dei protagonisti (fa eccezione la madre di Lena, una giovane single che sembra ancora invischiata nell’adolescenza, nonostante il ruolo genitoriale la costringa a essere adulta). Per il resto, diversamente dai temibili giganti delle fiabe e dall’altrettanto temibile governante di Tom & Jerry, qui gli adulti sono deboli, fragili (anche quando sono violenti); sono a pezzi, squassati dai loro drammi personali: divorzi, difficoltà economiche, alcolismo, ecc. Insomma, qui gli adulti hanno problemi giganteschi. E visti da lassù, i problemi degli adolescenti sono ben poca cosa. Sono quisquilie da Tom & Jerry. Tuttavia, vi è una casa abbandonata nell’impasse des Ormes in cui le quisquilie ti possono afferrare e stringere in un abbraccio mortale.
Nella casa prendono forma e realtà i desideri e le paure inconfessabili di ciascun protagonista. In effetti i protagonisti non solo non riescono a comunicare con gli adulti, ma non ci riescono nemmeno tra di loro, o almeno non completamente. C’è un duro nervo di vergogna che si irradia in queste pagine: la vergogna di Alex, la cui madre è morta di tumore; quella di Max, perché è attratto sessualmente da un compagno di squadra; mentre Mehdi tace sugli atti di bullismo che subisce quotidianamente a scuola. Di tutto questo, nessuno vuole parlare. Ognuno porta un segreto blindato nel proprio cuore. Ed è come se in questo silenzio e in questa vergogna i mostri prendessero vita. Mostri che nella casa dell’impasse des Ormes diventano reali.
Ben presto i protagonisti scoprono che la casa abbandonata esercita su di loro una tentazione irresistibile: i mostri che, attraverso paure e desideri, hanno evocato li chiamano; ed è difficile distaccarsene, anche se sono spaventosi o piacevoli in modo disturbante.
– A voi non ha fatto l’effetto di una droga? chiese. Non ne avete sentito la mancanza, quel bisogno di ritornarci?
Tutti annuirono, capendo fin troppo bene cosa volesse dire.
Non procedo oltre nell’analisi della storia, e forse ho già detto troppo. Vorrei concludere questa recensione parlando della scrittura di Del Amo.
Per tutta la prima parte (circa un terzo o poco più) il romanzo avanza a fatica, perché continuamente interrotto da brevi digressioni. Volendo ricorrere a un’analogia, se la scrittura di King (penso in particolare a IT, che Del Amo ha voluto omaggiare) può essere accostata a un fiume che avanza inesorabile, alimentato da affluenti che ne rafforzano il corso e da spinte carsiche che gli danno profondità, nel caso de La notte devastata abbiamo a che fare con un torrente che compie salti e scava polle, e il cui corso è continuamente frammentato da balzi e cascate.
Consideriamo per esempio la protagonista femminile di IT, Beverly: sia da piccola sia da adulta vive con un autentico stronzo (prima il padre, poi il compagno) che la tormenta e le fa violenza fisica e psicologica. Ora, la narrazione di King è tale che il lettore si immerge rapito nella sua storia, per decine di pagine, senza nemmeno avvedersi della deviazione dalla trama principale. E questo vale per ogni membro del “Club dei Perdenti”. Con La notte devastata, quando si tratta di conoscere i singoli protagonisti, ciò non avviene: la narrazione è meno immersiva, più brusca, continuamente interrotta dalla sua brevità. A chi apprezzasse le continue digressioni questo potrebbe piacere (l’autore scrive davvero bene), ma in caso contrario l’effetto potrebbe apparire artificioso, come se tutti questi micro-episodi fossero piazzati lì per riempire o per dare un po’ di spessore ai personaggi, ma non alla storia.
Superata questa prima parte (poco più di un terzo del libro) il racconto si fa avvincente e devo dire che mi è piaciuto molto. L’intreccio di eventi che lega ciò che c’è nella casa (l’incubo) a ciò che c’è fuori (la realtà) è ben costruito; mentre la folle, perturbante incursione nel mondo che si dispiega all’interno della casa è magnetica, e difficilmente il lettore riuscirà a distaccarsene. E tuttavia, c’è un secondo ma…
Se Stephen King sa scrivere di adolescenti e per gli adolescenti, lo stesso non si può dire di Del Amo. Per ragioni di stile (ricercato, densamente letterario) e di struttura (frammentata, complessa, almeno nella prima parte) La notte devastata sembra rivolgersi a un lettore adulto. E allora sorge una domanda: l’adolescenza è davvero il luogo più efficace per questa storia? O è piuttosto una scelta simbolica, un dispositivo attraverso cui parlare, a chi non è più adolescente, della vergogna, della fugacità, dell’erosione delle certezze, e dunque di quella soglia che il lettore ha già attraversato e poi rimosso? Forse è proprio questa tensione a rendere il romanzo interessante; ma è anche ciò che crea una lieve scollatura tra i personaggi e la voce (decisamente adulta) che li racconta.
Detto ciò, e per scansare ogni possibilità di equivoco, La notte devastata è un bel romanzo di cui consiglio la lettura.
13/02/2026

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