La Biblioteca sul Monte di Brace, di Scott Hawkins


Sul risvolto di copertina de La Biblioteca sul Monte di Brace di Scott Hawkins (Mercurio 2026, trad. di Filippo Balestrazzi) si legge questa breve dichiarazione della scrittrice JC Leeve: «Fatevi un favore: leggete questo libro. Vi cambierà la vita». Confesso che questo libro non mi ha cambiato la vita, ma non escludo che possa cambiare la vostra. E se non lo farà, avrete comunque letto una bellissima storia.


Iniziamo dal pitch: c’è una protagonista, e questa protagonista vuole vendetta. Per ottenerla è pronta a piegare perfino le leggi che governano il mondo. Ma a che prezzo?


Per rendere l’idea con un rimando cinematografico, immaginate Kill Bill diretto da Nolan, mantenendo però la ruvidezza e l’ironia di Tarantino. Otterreste qualcosa che potrebbe assomigliare a La Biblioteca sul Monte di Brace. Ma perché fare un’operazione del genere? C’è già il libro. E si sa: il libro è sempre meglio del film.


C’è poi un altro punto da considerare, che riguarda la tecnica narrativa alla base del romanzo: il cosiddetto “principio della pistola” di Čechov (che poi, a dire il vero, è un fucile, ma poco cambia). Secondo questo principio, se in un racconto compare una pistola, prima o poi dovrà sparare; altrimenti non aveva senso inserirla. Ebbene, ne La Biblioteca sul Monte di Brace è pieno di pistole. Hawkins ne dissemina una dietro l’altra, finché arriva il momento in cui il lettore le sente sparare tutte insieme, balzando per la sorpresa.


Fatta questa premessa, possiamo dire qualcosa della trama. La protagonista si chiama Carolyn e vive, insieme ad altri undici tra “fratelli” e “sorelle” (non di sangue), in una biblioteca amministrata dal misterioso Padre. Quest’ultimo è un personaggio violento, oppressivo e spietato. Obbliga i suoi dodici bibliotecari a studiare un vastissimo catalogo di opere che contengono tutto lo scibile umano (e non solo). È una figura quasi divina, con accesso a ogni tipo di informazione e, di fatto, padrona dell’intero universo. Poi, un giorno, Padre sparisce. È da qui che prende forma la vendetta di Carolyn, in un continuo andare avanti e indietro nel tempo, tra il nostro mondo (gli Stati Uniti dei primi anni Duemila) e la biblioteca (che ogni mondo sembra contenere). Un casino? È più difficile spiegarlo che leggerlo. Quindi niente paura.


Il tema fondamentale della storia viene introdotto attraverso un’immagine: il cuore carbone. Che cos’è? Presto detto:


Rimasero sedute in silenzio per un po’, a guardare Mrs McGillicutty che cucinava.

“Povera donna”, disse Jennifer. Scosse la testa.

“In che senso?”

“Ha il cuore carbone. Si capisce”. 

“Ha cosa?”

“Fa i brownie”, disse. “Lei non li mangia, ma li fa comunque. E dopo pochi giorni li rifà”.

“Io ancora non…”

“A volte canta mentre li prepara”, disse Jennifer. “È per questo che lo so. Non deve dirmelo per forza; sentire qualcuno cantare o anche solo canticchiare mi basta per sapere tutto”.

“Su cosa?”, chiese Carolyn, ormai del tutto confusa.

“Sulla sua patologia”, disse Jennifer. “I brownie non sono per lei. Sono per qualcuno che ha perso molto tempo fa”.

“Suo marito?” Era morto un paio d’anni prima.

“No”, disse Jennifer. “Non lui. Ha passato la maggior parte del matrimonio a lavoro. Era questo ciò che lo definiva. E ha avuto altre donne. Una volta lei ha provato a parlargliene, e lui l’ha picchiata”.

“Oh, che carino”.

Con lo sguardo assente, Mrs McGillicutty si dava da fare in cucina.

“Ma molto tempo fa c’è stato un figlio. Anche se lei non lo sa, i brownie sono per lui”.


Il concetto di cuore carbone non riguarda soltanto la povera McGillicutty. Se fosse così, sarebbe una condizione marginale, confinata a un personaggio secondario: una vedova americana ferita mortalmente da un figlio che l’ha abbandonata e che non tornerà mai più. Ma non è così. Il cuore carbone è il cuore del romanzo. Rappresenta chi, mortificato dalla vita, continua a vivere morendo giorno dopo giorno, senza alcuna prospettiva di salvezza. Kierkegaard chiamava questa condizione “malattia per la morte”. O, quantomeno, il cuore carbone è una delle sue forme. È la disperazione di chi, affondando nelle sabbie mobili dell’esistenza, ha perduto la speranza di uscirne.


A un certo punto questa condizione può persino apparire naturale: non riusciamo più nemmeno a immaginare di poterci salvare. Qualcuno arriva perfino a rifiutare questa possibilità, come un errore ortografico che si ribelli allo scrittore che tenta di correggerlo. Kierkegaard usa proprio questa analogia per descrivere la rivolta contro Dio: l’ultima, estrema e disperata forma di affermazione di sé.


Personalmente, e più prosaicamente, vedo nella resistenza di quell’errore ortografico un semplice meccanismo di difesa. Se fosse corretto, l’errore non sarebbe più. Allo stesso modo, Mrs McGillicutty non vuole essere corretta. Se accadesse, dovrebbe accettare l’abbandono, e non le rimarrebbero nemmeno più i brownie da cucinare.


Insomma, chi ha il cuore carbone non concepisce di poter cambiare vita. Cambiarla sarebbe come morire, anche se è l’unico modo per tornare a vivere. La disperazione sta qui: preferire la mortificazione di sé alla morte di questo sé moribondo. Siamo davvero creature complicate. Drammatiche e ridicole.


ATTENZIONE (PICCOLO) SPOILER!


Anche Carolyn, la protagonista de La Biblioteca sul Monte di Brace, ha il cuore carbone. La sua disperazione prende la forma di una lotta ostinata contro il sistema che glielo ha carbonizzato. Ma presto si capisce che è proprio la sua lotta a tenere accese le braci che la mortificano, e dalle quali non vuole liberarsi.* Qui sta il suo dramma. Ma anche il suo ridicolo. Ed è la stessa Carolyn a riderne. Nonostante il peso delle catene che porta, la sua figura resta sorprendentemente leggera, e riuscirà a strappare al lettore più di una risata. In effetti, questo romanzo sa essere anche divertente, per quanto intriso di malinconia.


FINE SPOILER


Detto questo, il libro è pieno di azione: la quantità di eventi, anche fuori dal normale, è sbalorditiva. Ma non si tratta di azione fine a se stessa. A sostenerla c’è un pensiero profondo, che non si limita soltanto al concetto di cuore carbone. Quindi, che aspettate? Come dice JC Leeve: fatevi un favore e leggetelo.


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* ATTENZIONE (GRANDE) SPOILER!!! A un certo punto, a Carolyn viene offerta la possibilità di modificare il passato e quindi di interrompere la catena di eventi che le ha carbonizzato il cuore e alimentato la sua volontà di vendetta. Carolyn però rinuncia. Lo fa perché è l’unico modo per distruggere quel sistema violento che ha già provocato più di una vittima. Ma c’è un prezzo: avendo perduto la propria innocenza, sarà lei stessa a diventare il mostro contro cui combatte, mietendo vittime anche tra le persone che ama. Come non vedere, allora, in quella rinuncia una forma di ostinazione demoniaca che la condanna alla disperazione? Certo, qualcuno potrebbe scorgervi un atto etico: dopotutto Carolyn combatte contro il sistema violento costruito da Padre. Ma, di nuovo – kierkegaardianamente – questa ribellione contro Dio/Padre, questo conato prometeico, non è ancora salvezza. È la disperazione di un cuore che non vuole trovare pace. Tutto qui. Comunque, l’ho detto che è un romanzo anche divertente?


06/03/2026

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