Estasi americana, di CJ Leede


Estasi americana di CJ Leede (Mercurio 2025, trad. di Gaja Cenciarelli) è un romanzo apocalittico che fonde dramma, violenza e riflessione sulla condizione umana. Sophie Allen, una ragazza di sedici anni cresciuta (e soffocata) da genitori ultracattolici, si ritrova a dover sopravvivere in un’America devastata da una misteriosa pandemia: gli infetti, dopo aver accusato sintomi influenzali, sviluppano comportamenti estremamente aggressivi che sfociano in violenze sessuali. Ma Sophie ha anche un obiettivo: ritrovare suo fratello “perduto”, Noah, che anni prima fu allontanato dalla famiglia e rinchiuso in una clinica per “ragazzi difficili” a causa della sua omosessualità e del suo ateismo. Nel corso della storia, Sophie incontrerà alcuni compagni di viaggio, e insieme attraverseranno un’America in fiamme, troppo simile a un inferno dantesco. In questo inferno, dove non smette mai di soffiare il vento e angeli ebbri di violenza danzano con il diavolo, la protagonista scoprirà la vera natura del mondo, degli uomini e del proprio corpo. Quel corpo i cui desideri Sophie ha sempre censurato, nel disperato tentativo di essere degna agli occhi di Dio.


Nella mia precedente vita (quella accademica), mi sono occupato a lungo di religione, interpretandola come un dispositivo difensivo che “sfrutta” (alcuni direbbero “parassita”) programmi biologici e cognitivi per creare un orizzonte simbolico condiviso, capace di dare senso e giustificazione agli eventi critici dell’esistenza. Il mio ultimo articolo accademico (mai pubblicato) aveva per oggetto il senso di colpa e il suo ruolo all’interno della storia occidentale, con particolare riferimento al Cristianesimo (galeotta fu la lettura de Il peccato e la paura. L’idea di colpa in Occidente dal XIII al XVIII secolo di Jean Delumeau).


Il senso di colpa è un tema centrale anche nell’universo psichico di Sophie Allen. Questo è evidente fin dalle prime pagine del romanzo, in cui la protagonista riflette sulla sua educazione cattolica:


I cattolici conoscono bene l’oscurità e la violenza. Ci riempiamo le chiese e le veneriamo ogni giorno. Cristo ha sofferto una morte violenta per noi perché trabocchiamo di peccato, perché siamo il peccato. Dio ci ha dato il Paradiso e noi abbiamo dimostrato di non meritarlo, perciò Lui ce lo ha tolto. Passiamo i giorni a pentirci per poter finalmente, forse, un giorno, conoscere di nuovo la luce. Ci mortifichiamo perché un giorno possiamo meritare Lui e il Regno che ha costruito per noi.


Ho un amico in questa vita che conosco intimamente e che nessuno mi porterà via, lo stesso amico di ogni ragazza cattolica del mondo. Il senso di colpa che, come sempre, mi contorce le viscere.


Mortificarmi mi riesce facile.


Questa riflessione sulla colpa ha una forte risonanza psicologica, ed è qui che la psicologia psicoanalitica può illuminare la dinamica interiore di Sophie. Esiste una vasta letteratura (da Melanie Klein a Donald Winnicott, da Selma Freiberg a John Bowlby) che interpreta il senso di colpa alla luce della violenza subita. In particolare, i lavori di questi autori esplorano come, in situazioni di abuso e maltrattamento, il bambino possa sviluppare un profondo senso di colpa come difesa psicologica. Pensiamo a un bambino maltrattato da genitori abusanti: la sua reazione difensiva a tale condizione potrebbe essere proprio quella di sentirsi responsabile del dolore subito. Questo meccanismo aiuta a mantenere un legame psicologico con i genitori, in quanto la violenza viene interpretata come una punizione meritata, piuttosto che come un atto di malvagità da parte degli adulti.


In altre parole, il bambino finisce per associare la violenza o l’abbandono a una propria colpa: Sono cattivo, e perciò merito questo trattamento. Da tale convinzione nasce la tendenza a riparare, cioè il desiderio di comportarsi in modo da correggere quella che egli percepisce come una propria mancanza. Tuttavia, per quanto il bambino possa sforzarsi di comportarsi bene e sentirsi colpevole, la realtà è che la situazione probabilmente non cambierà, perché la violenza non dipende da lui, ma dai genitori. In questo senso, ciò che viene a crearsi è una vera e propria “illusione di controllo”, un meccanismo difensivo che, pur non cambiando le cose nella realtà, aiuta a preservare l'integrità psicologica del bambino. Infatti, il dolore di una violenza che non si riesce a fermare potrebbe essere insopportabile se il bambino fosse costretto a pensare che la colpa del trattamento subito risieda nei genitori. L'idea che la violenza dipenda interamente dalla malvagità dei genitori è, per il bambino, inconcepibile e molto più difficile da tollerare rispetto alla convinzione che la colpa sia sua. La difesa quindi risiede nell'illusione che, comportandosi bene, potrà “riparare” e guadagnarsi l'amore che gli è negato.


Ma cosa c’entra la religione in tutto questo? La risposta risiede nell’analogia con la situazione di un bambino abusato: per far fronte ai momenti critici dell’esistenza, alle avversità, ai colpi della sfortuna che si abbattono sui singoli e sulla collettività (dalle crisi economiche, alle pandemie, ai disastri naturali, ecc.), la religione, sfruttando questi meccanismi inconsci, avrebbe permesso di individuare un caregiver soprannaturale rispetto al quale sentirci in colpa, giustificando così il nostro stato di sofferenza, ma anche individuando un possibile rimedio (confessione, penitenza, ecc.) e quindi offrendo una speranza di redenzione.


Cosa fa Dio quando cadiamo nella malvagità e nel peccato, quando soccombiamo all’oscurità? Nella Sua straordinaria giustizia, saggezza e potenza, più e più volte? Lui falcia. Ma non è troppo tardi. Se continuiamo a unirci ora, se noi– [il video del reverendo Ansel, che pronunciava queste parole, si interrompe qui.]


In questo contesto, Estasi americana risuona con una forza particolare: mentre Sophie affronta la violenza e il dolore in un mondo apocalittico, la sua educazione religiosa diventa un modo per comprendere e giustificare la sofferenza che sta vivendo. La religione, come un meccanismo difensivo, offre un simbolico “rimedio” che però rischia di rimanere sterile, intrappolando la protagonista in un ciclo di colpa che non porta alla liberazione. E proprio come il bambino abusato che spera di cambiare la sua sorte comportandosi “bene”, Sophie si troverà ad affrontare la realtà di un sistema che non è mai davvero stato sotto il suo controllo.


Dunque, se da un lato il senso di colpa ha una funzione adattiva e quindi una sua giustificazione, dall’altro il rischio è quello di diventare vittime dello strumento che avrebbe dovuto permetterci di sopravvivere. Insomma, il pericolo è quello della nevrosi, per cui il rimedio alla sofferenza diventa esso stesso sofferenza. Sophie potrà mai liberarsi da questa spirale di colpa, o rischierà di rimanere imprigionata in un sistema che, pur cercando di guarire, non fa altro che perpetuare il dolore? 


Adamo chiese a Lilith ciò che chiese a Eva, ciò che Dio gli aveva ordinato. Obbedienza, sottomissione, devozione. Si aspettava che lei, in quanto moglie, si sdraiasse sull’erba dell’Eden e si aprisse a lui. Erano stati creati per questo. Popolare la terra di Dio di figli devoti. Venerarlo, per sempre.

Ma lei non lo fece. Non volle.

Lilith rifiutò.


Insomma, sarà in grado, Sophie, di fare come Lilith e “dire di no” al sistema che Dio (o meglio, i suoi interpreti) le ha imposto? Riuscirà a vivere liberamente il proprio corpo, ora che il mondo che l’ha ospitata, protetta e imprigionata sta crollando?


12/04/2026

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