Tattoo, di Earl Thompson


Tattoo di Earl Thompson è un romanzo pubblicato nel 1974, e la prima traduzione italiana è apparsa soltanto quest’anno (!) per i tipi di Feltrinelli (grazie a un ottimo lavoro di Tommaso Pincio). La storia racconta la vita di Jack Andersen, nato a Wichita, Kansas, vista entro un arco narrativo che va dagli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale alla Guerra di Corea.


L’esergo del romanzo riporta le voci tratte da The Concise Oxford Dictionary of Current Englishriguardo alla parola “Tattoo”, e ci informa che, nella lingua inglese, tattoo può significare sia il movimento di ritirata dei soldati, sia il tatuaggio come lo intendiamo in lingua italiana. In effetti, entrambi i significati innervano le vicende del giovane Jack. E tuttavia, mi sembra che questa storia faccia emergere un terzo significato: tattoo è anche il segno che ogni persona porta con sé e che non è tracciato con l’inchiostro. Si tratta di quel segno che a volte gli altri ci leggono in faccia e che esprimono con la frase “quel tizio ha il destino segnato”. Leggendo queste pagine, il lettore coglie il tentativo di Jack di ripulirsi la faccia da questo segno (un vero e proprio marchio di infamia) ma ben presto inizia a temere che non gli sarà possibile.


Cerchiamo di capire un po’ il contesto, altrimenti si rimane troppo sul vago. Jack ha quattordici anni, vive in una ex Hooverville fatta di roulotte e baracche che cadono a pezzi. Sua madre, una sbandata, vive in un altro stato, mentre il padrino è finito in prigione. Jack è così costretto a vivere con i nonni, che gli fanno sempre pesare di essere un buono a nulla (in effetti, Jack va male a scuola e sembra non avere alcuna voglia di imparare un lavoro e mettere la testa a posto). In realtà il ragazzo ha una prospettiva di vita: desidera arruolarsi per andare a combattere i tedeschi e i giapponesi, ma la giovane età glielo impedisce. Tuttavia, è determinato: falsifica il certificato di nascita e, dopo essere stato scartato dal corpo dei Marines, riesce ad entrare in marina. Sfortuna (per lui) vuole che la guerra finisca, ma ciò non gli impedirà di girare l’Asia come semplice marinaio. Non mi dilungo oltre.


Torniamo ai segni di cui ho parlato sopra, e al fatto che Jack sembra avere un destino segnato. Giocano a suo sfavore il background familiare e le condizioni materiali in cui è cresciuto (queste pagine sono anche una splendida denuncia della profonda disuguaglianza che struttura la società americana e delle illusioni sbandierate dal mito del “self made man”), ma soprattutto gli ostacoli che continuano a fare inciampare il “povero” Jack sono di tipo caratteriale. Infatti, il nostro ragazzo è un “cazzone” (scusate il termine) fatto e finito. Per esprimere meglio questo carattere, prenderò in prestito le parole dello stesso protagonista: “Ecco cosa succede quando si pensa con il cazzo”.


In effetti, tutta questa storia è scandita da decisioni che, spesso e volentieri, Jack prende a partire dal suo organo riproduttivo; scelte che si riveleranno catastrofiche, quasi una forma di autosabotaggio. E veniamo così a un altro aspetto del romanzo: Earl Thompson non solo ci descrive una terra dolente, un mondo popolato da reietti (non importa che lo sguardo cada sulle periferie degli Stati Uniti o sulle città portuali dell’Asia), un inferno secolare in cui la legge che tutto e tutti regola è quella della violenza e della sopraffazione, dell’indifferenza e dell’egoismo; ma scrive anche una storia in cui il sesso è sempre in primo piano. C’è tanto, tantissimo sesso – spesso non consensuale, o comunque forzato (il lettore sensibile a questo tema potrebbe uscirne turbato). Ma c’è anche tanto lirismo (vedi esempio qui sotto) e pagine di notevole densità narrativa (la descrizione della battaglia in Corea si avvicina alla scrittura di Vassilij Grossman). E poi c’è anche un asciutto romanticismo, che non cede quasi mai al patetico, dove i sentimenti, le speranze, il senso di perdita, sono riportati dalla penna di Thompson con una delicatezza da far star male. Perché Jack potrà essere un grandissimo bastardo che approfitta della guerra (e non solo) per fare le peggio cose, ma è anche dotato di una sensibilità alla quale il lettore non può essere indifferente. Lettore che, pur biasimando (e forse a volte odiando) il protagonista, difficilmente non starà male con lui quando lo vedrà cadere, cercare di alzarsi, e ancora ricadere, e perdere di volta in volta pezzi di sé.


Non vado oltre, nonostante il turbine di pensieri che questo romanzo mi ha lasciato. Dico solo che è una delle letture più belle e coinvolgenti degli ultimi anni, e che ora mi sento un po’ in lutto, sapendo che non potrò più passare del tempo in compagnia di Jack e di tutti gli altri personaggi che hanno animato questo libro.


Concludo riportando un brano scelto, un esempio del lirismo di Thompson (la cui scrittura è solitamente più asciutta di così):


Vide l’estremità del ponte di volo affondare e tornare su come un ascensore. Nel bagliore tempestoso della sera, leggeri spruzzi di schiuma simili a una pioggerellina spazzata dal vento arrivavano dal fondo del ponte. Come nella prateria, si vedevano le cortine di pioggia avanzare lente da est, un esercito oscuro che sembrava calpestare e soffocare ogni cosa sul suo cammino. Al di là del ribollio di nubi scure, se ne scorgevano di bianche come la neve innalzarsi più alte delle Alpi a una velocità che il pennello di un pittore non avrebbe mai potuto catturare. Poi, verso ovest, il cielo si trasformò in un’incisione biblica della maestà di Dio; i raggi del sole perforavano le nuvole, tracciando autostrade abbastanza solide da sostenere le ruote di più carri. Ancora più in là si vedeva un cielo senza fondo, di un azzurro intenso. I raggi del sole si aprirono come un ventaglio giapponese. Al ragazzo mancavano le parole per fissare quel momento; sotto la meraviglia e la gioia immensa, si nascondevano l’ansia, il bisogno di condividere con qualcuno le sue sensazioni.

Davanti ai suoi occhi, il ventaglio del tramonto scivolò dietro le nuvole e svanì sotto il margine estremo del mare.

Come se aspettassero il momento strategico della notte, il vento e il mare si alzarono finché, in quella strana oscurità elettrica, il ragazzo vide la nave entrare in una nuvola di tempesta degna di Nettuno. Alta quanto il cielo e larga miglia.

“Soffia, vecchio scoreggione! Soffia!” gridò al vento. Le parole, strappate dalla sua bocca, vennero scaraventate a poppa e si dispersero come pezzi di carta. Proteso in avanti, faccia al vento, avanzò sulla pianura deserta del ponte di volo. I suoi vestiti si agitavano, gonfiati dalle raffiche, mettendo in tensione i bottoni della camicia. La schiuma gli incollava la stoffa umida sul petto e le cosce, ma non era gelida. Aprì la bocca e il vento che la riempì gli fece vibrare le guance. Ingoiò vento e schiuma. Assaporò il sale. Immerso in una specie di estasi del tutto diversa da qualunque sensazione avesse provato fino ad allora, desiderò di essere frustato ancora dalle raffiche e dagli spruzzi. Voleva affrontare questa forza come una polena, resistergli, tenergli testa finché la sua furia non si fosse esaurita e ritirata in buon ordine. Che una tale potenza potesse farlo a pezzi era parte della sua gloria.

Commenti

Post popolari in questo blog

Le nostre vite sottosopra

Monstrilio, di Gerardo Sámano Córdova

Empusium, di Olga Tokarczuk