Brooklyn & Long Island, di Colm Tóibín
Brooklyn e Long Island sono due romanzi molto diversi tra loro, per quanto il secondo sia il seguito del primo. In Brooklyn (ci troviamo nel secondo dopoguerra), la storia si concentra su un unico personaggio, la giovane Eilis, che, su decisione della madre, lascia la sua tranquilla cittadina irlandese per migrare in America, dove la aspetta un lavoro da commessa. Qui Eilis sperimenterà una sorta di angoscia territoriale per aver perduto non solo i punti di riferimento umani (amici, famiglia), ma anche quelli geografici, che, per quanto soffocanti, la proteggevano. Ma a Brooklyn Eilis troverà anche l’amore, nella persona di Tony, giovane italoamericano dal cuore limpido e dai modi spigliati. Ma si tratta di vero amore? Oppure quello che cerca Eilis è un punto fermo in un mondo che le sfugge e, per quanto popoloso e ricco di opportunità, la condanna alla solitudine e alla nostalgia di casa?
In Long Island, Eilis è una donna sposata con figli; sono passati vent’anni, ma la solitudine che caratterizzava la prima parte della sua vita in America non è ancora stata superata. Anzi, forse si è acuita. Diversamente da Brooklyn, il punto di vista si moltiplica attraverso lo sguardo di più personaggi; inoltre, a dispetto del titolo del romanzo, la storia si svolge quasi completamente in Irlanda, dove la nostra protagonista torna per festeggiare gli ottant’anni della madre. Nella cara, vecchia Enniscorthy, Eilis ha modo di ritrovare gli amici e gli amori di un tempo, ma anche una cittadina pettegola, dai mille occhi e dalle mille bocche sempre pronte al giudizio.
Ho già nominato la solitudine? Beh, lo rifaccio: questi due romanzi hanno come filo rosso la solitudine: quella di una giovane ragazza che non riesce a trovare il proprio posto nel mondo e che si adatta come può, spesso scendendo a compromessi (Brooklyn); e la solitudine di chi ha scoperto di non amare più il proprio marito e si scopre ingabbiato in una rete familiare soffocante, ma anche la solitudine di chi cerca di rimettersi in piedi dopo un lutto o di chi non si è rassegnato all’amore perduto in giovane età, oppure, più banalmente, la solitudine della vecchiaia (Long Island).
Ma questi sono anche due romanzi sul vuoto e la disperazione (più Long Island che Brooklyn). Richiamo questi due concetti tenendo a mente Revolutionary Road di Richard Yates, quando John Givings, il matematico in cura psichiatrica, dice ai giovani Wheeler: “Molte persone sono coscienti del vuoto, ma ci vuole un gran fegato per vedere la disperazione”.
Fin da Brooklyn, Eilis si porta dentro questo vuoto, e la storia (o meglio, le storie) che attraversa la costringono a riconoscere nel vuoto la disperazione: quella di un’esistenza non pienamente decisa, intessuta di rimorsi e rimpianti. Si tratta allora di scegliere: continuare come se nulla fosse, obbligandosi a distogliere gli occhi dalla disperazione per volgerli a un vuoto che in qualche modo può essere riempito (col lavoro, il partner, i figli, le cose, le distrazioni); oppure darci un taglio e cambiare vita, sapendo tuttavia che ogni “rivoluzione” comporta un rovescio: la perdita di un pezzo più o meno grande di sé, il dolore inferto a chi si lascia indietro, la possibilità che la disperazione si riaffacci.
Chi ha letto Revolutionary Road sa cosa fecero i Wheeler (considerando quel finale, bisogna ammettere che Richard Yates ha dimostrato di avere “un gran fegato”). Per quanto riguarda Long Island, lungo tutto il corso della storia, fino all’ultima pagina, il lettore è indotto a chiedersi: “Che cosa farà Eilis?” – magari per ritrovarsi a domandare, una volta chiuso il libro: “E io cosa ho intenzione di fare?”
Colm Tóibín, Brooklyn, traduzione di Vincenzo Vega, Einaudi 2019
Colm Tóibín, Long Island, traduzione di Giovanna Granato, Einaudi 2025

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