La bambina che amava Tom Gordon, di Stephen King


Sono due i motivi per cui scrivo note sui libri che leggo. Il primo è obbligarmi a una lettura attiva, cioè riflettere con maggiore profondità mentre tengo in mano un libro; il secondo è fissare su un supporto esterno quelle immagini, quei pensieri che probabilmente scivolerebbero via dalla memoria. Potrei aggiungere un terzo motivo, la vanità, ma quella ci accompagna sempre nella vita e riguarda probabilmente un po’ tutto ciò che faccio, quindi possiamo lasciarla sullo sfondo: è una presenza scontata.


Perché questa premessa? Perché nel corso degli anni sono stato piuttosto scostante nello scrivere dei libri che leggo, e a volte me ne pento. In particolare, in questo momento mi infastidisce non ricordare l’origine di un’immagine: c’è un padre che, a seguito di una separazione, entra nella stanza di sua figlia, una bambina che non arriva ai dieci anni. È sera e vuole salutarla prima di lasciare per sempre quella casa. La bimba è a letto e finge di dormire. Forse lo fa per impedire che il papà se ne vada, per indurlo a restare un giorno in più. Fatto sta che il padre la sveglia, le rivolge un discorsetto un po’ impacciato e infine la abbraccia. Allora la bambina sente mancarle il fiato per l’emozione, perché si emoziona sempre quando abbraccia il suo papà.


Si tratta di un’immagine ripescata da un romanzo letto molti anni fa. Probabilmente, col tempo si è arricchita di elementi personali, perché, ahimè, non ricordo dove l’abbia letta e non ho modo di tornare alla fonte originale. Una parte di me è convinta che si trovi in Easter Parade di Richard Yates, ma sfogliandone le pagine non riemerge.


Fatto sta che questa immagine è un punteruolo. Ogni volta che riaffiora, sento che mi manca qualcosa per comprenderla fino in fondo: non sono padre. Mi commuove (in quanto figlio), ma mi chiedo che cosa proverei se avessi una bambina e dovessi immaginare di salutarla, di ricevere un abbraccio simile, da un frugoletto col respiro mozzato dall’emozione.


Una sensazione analoga l’ho provata leggendo La bambina che amava Tom Gordon di Stephen King. Ho preso in mano questo romanzo per risciacquarmi gli occhi dal mediocre Never Flinch, l’ultimo (deludente) lavoro del Re (sì, mi capita di imbattermi in libri brutti, di cui solitamente non scrivo).


La storia è piuttosto semplice: durante una gita sull’Appalachian Trail in compagnia della madre (divorziata) e del fratello maggiore (un foruncoloso nerd che si lamenta sempre di tutto), la piccola Trisha (una bambina di nove anni appassionata di baseball e innamorata del lanciatore Tom Gordon) finisce per perdersi. Passerà molti giorni da sola, costretta a fronteggiare la natura selvaggia del Nord America, inseguita e osservata da una creatura malvagia, potendo contare soltanto sulla compagnia della sua radio tascabile (che trasmette le partite dei Red Sox) e del suo lanciatore preferito, che nei momenti di maggiore sconforto le appare per indicarle la via. Il fatto, però, è che in queste terre selvagge non ci sono sentieri, e Tom Gordon è solito indicare il cielo con l’indice, come dopo l’ultima eliminazione di un salvataggio riuscito. Forse il messaggio riguarda Dio? E tuttavia a Trisha appare evidente (in accordo con gli insegnamenti del padre) che un Dio personale non esiste: non c’è alcuna entità benigna che abbia a cuore la nostra sorte.


Il mondo aveva i denti e in qualsiasi momento ti poteva morsicare.


Questo è il formidabile incipit del romanzo. Ed è a partire da questa tesi che King costruisce una storia in cui una bambina dal cuore d’oro cerca di non farsi masticare dai denti del mondo e di trovare, negli anfratti che si aprono tra un canino e un molare, quella luce che forse potrebbe parlarle di Dio. O quantomeno dell’amore che guarisce ogni ferita. Anche dell’amore di un padre che ha lasciato la sua famiglia; quel padre poco affidabile che ha regalato un cappello firmato da Tom Gordon alla sua adorata bambina.


13/01/2026

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