L’occhio del monaco e il letto di Wittgenstein
Perché non ci lasciano in pace, i morti? Spargono i loro nomi sulla strada su cui dobbiamo camminare, insinuano i versi delle loro poesie nell'ultimo sonno prima del mattino e poi di nuovo se ne vanno, assenti come fosse una professione, volgendosi altrove, senz'occhi, nascosti dentro il loro gergo, il dialetto che i morti parlano tra loro, a noi inaccessibile, razza senza passaporto né voce che irrompe nella nostra memoria senza preavviso, ci cammina accanto si siede sul bordo del letto in cui un tempo si stendevano. (Cees Nooteboom, "L'occhio del monaco ", tr. it. di Fulvio Ferrari, n. 27) L'immagine dei morti che si accostano al bordo del letto, quel letto dal quale sono scivolati via morendo, mi pare possa essere vista come un affacciarsi dei morti sul mondo. Un mondo-letto. Quel mondo che, per dirla con Wittgenstein, coincide col linguaggio, per cui «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo» (Tractatus logico-philosophicus, 5.6). Per...