Monstrilio, di Gerardo Sámano Córdova

 


Quando il piccolo Santiago muore, i suoi genitori, Magos e Joseph, cadono nella più profonda disperazione. Prima che il corpo di Santiago sia cremato e le sue ceneri vengano sparse ai piedi di un corniolo, la madre ne rimuove un pezzo di polmone. Nei giorni successivi, Magos nutre quel pezzo di carne con del brodo, poi con del pollo; e il polmone inizia a crescere e a prendere vita. Nasce così Monstrilio, una creatura pelosa con una lunga fila di denti aguzzi. E tanta fame. Fame di carne umana.


Questa bizzarra storia (tradotta da Lucrezia Pei e pubblicata da La Bottega dell’Invisibile) si dipana in quattro atti, attraverso i quali Monstrilio, circondato dall’amore della sua famiglia, cercherà di assumere una forma umana, sia per quanto riguarda l’aspetto fisico sia per i modi (che tu viva a Città del Messico, a New York o a Berlino, non puoi metterti a mordere la gente, e nemmeno desiderarlo). Quattro atti, ognuno dei quali corrisponde a un preciso punto di vista (quelli di Magos, la “zia” Lena, Joseph e lo stesso Monstrilio), in cui sono messe in scena (1) la nascita del mostro (ad opera di Magos e del suo disperato dolore), (2) la correzione del mostro (ad opera della dottoressa Lena, ma su richiesta dei genitori), (3) la vita addomesticata del mostro (all’ombra della costante preoccupazione di Joseph) e, per ultimo, (4) la… beh, non lo dico per non rovinarvi la fine del romanzo.


Di questi quattro atti, il primo e l’ultimo sono quelli che ho preferito. Per quanto riguarda il primo, il tema (rischiosissimo) del lutto è affrontato in modo magistrale: la prosa è intima, tenera, dolorosa, senza apparire stucchevole.


C’è un passaggio che mi ha colpito in particolare: Magos ha davanti a sé il corpicino del figlio e si chiede dove sia racchiusa la sua essenza. Nei suoi capelli? No, perché sono “pubblici”. Nelle dita delle mani o dei piedi? Forse nella lingua, così veloce nel raccontare storie? No. L’essenza di suo figlio si trova nel polmone. Perché? Perché ne ha soltanto uno. È grazie a quel polmone solitario se suo figlio è vissuto oltre le aspettative; ed è a causa di quel solo polmone se è morto senza poter diventare adulto. In quel difetto, in quella eccezione ostinata, Magos riconosce ciò che rende suo figlio unico.


La norma vale per tutti e rende il singolo universale, intercambiabile. Il difetto, invece, rende il singolo particolare, insostituibile. È ciò che fa esistere un individuo come tale, e che può anche determinarne la fine. Si vive e si muore con (e per) il proprio difetto.


Questa essenza è ciò che più di ogni caratteristica ci fa amare o odiare qualcuno. Ma questa essenza è anche ciò da cui si originano i mostri, quando chi abbiamo amato esce dalla nostra vita. Ci aggrappiamo al suo ricordo attraverso questa essenza. Il mostro nasce dal dolore, dalla volontà di non separarsi da ciò che non c’è più. Ed è al polmone di Santiago che Magos si aggrappa, dando vita al proprio mostro e a una storia mostruosa, ossia eccezionale, unica, irripetibile: la storia di Monstrilio.


I due successivi atti riguardano il tentativo di normalizzare il mostro. Se in Victorian Psycho (recensito qui) il mostruoso emerge coerentemente in contrasto con una società borghese sostenuta da etichette e norme rigide, in Monstrilio la mostruosità è accolta da una società (la famiglia de la Mora) progressista e fluida, che tuttavia non riesce a far a meno di normalizzare questa eccezione. Se nel romanzo di Virginia Feito è messa in scena l’ipocrisia di chi combatte il mostruoso (l’Oscurità) senza avvedersi che esso è celato in tutti, nel romanzo di Gerardo Sámano Córdova l’ipocrisia riguarda chi accoglie il mostruoso, ma con la pretesa di correggerlo, anche quando è consapevole di questa contraddizione:


“Non puoi andartene in giro a mordere la gente, M”. Gli dissi che ero certo che altre persone lo facevano, durante il sesso e forse anche in altre situazioni. Ma lui non era una persona qualunque, era M, e doveva essere particolarmente cauto.
“Non preoccuparti, Papi. A Thomas non è piaciuto il morso. Ho promesso che non lo avrei più fatto”. C’era del dolore nella sua voce.
A volte speravo che la fame di M sparisse. Altre volte temevo che se la sua monstrillità fosse svanita completamente, di M non sarebbe rimasto che un guscio vuoto.
“Le persone non capiscono cosa sei, M”.


Ed è questo scarto tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere che getta M (alias Monstrilio) nella disperazione: la disperazione di chi sa di non essere normale.


L’ultimo atto della storia assume la voce di M, articolata in frasi brevi, secche, tremendamente schiette e sincere, prive di fingimenti borghesi (in questo caso, lo stile di scrittura si avvicina molto a quello della Trilogia della città di K. di Agota Kristof). A un certo punto Monstrilio lo riconosce:


Il mondo faceva paura. Peggio. Io facevo paura al mondo.


M scrive queste parole nel suo diario, ma nel farlo si rivolge sempre a Santiago, il bambino morto da cui è sorto Monstrilio. Il bambino a cui M si commisura e a cui si sforza, vanamente, di somigliare. Deve provarci, se vuole sopravvivere; o, quantomeno, se vuole guadagnarsi l’amore dei suoi genitori. Non dirò nulla riguardo all’esito di questo tentativo.


Chiudo questa nota riportando due brani dal suo diario. Voglio riportarli così, senza commentarli:


Ti ricordi dello zoo, Santiago? Avevi otto o nove anni. Ti ci hanno portato Mami e Papi. La tua prima volta. Zoològico de Chapultepec. È venuta anche la cugina di Mami con i suoi figli. Due erano adolescenti e il terzo un ragazzino più o meno della tua età. Hai visto un ippopotamo e una giraffa. Papi ti ha comprato un gelato. I cugini più grandi prendevano in giro quello più piccolo. Gli dicevano che lo avrebbero dato in pasto al lupo. Poi lo hanno ignorato. Ignoravano anche te. Il cugino più giovane ha aspettato alle loro spalle per camminare al tuo fianco. Tu hai adeguato il tuo passo al suo. Pensavi di esserti fatto un amico. Ma quando tutti sono stati lontani, ti ha spiaccicato il gelato sul petto ed è scappato via. Ti ha lasciato gocciolante. È andato subito dai fratelli. Loro hanno riso. Ti hanno chiamato femminuccia.


C’è una storia in cui un uomo vomita coniglietti. Tanti coniglietti. È a Buenos Aires e sta badando all’appartamento di una donna. Lo tiene in ordine finché lei non ritorna da Parigi. Si sente in colpa perché i coniglietti le stanno distruggendo l’appartamento. Zio Luke ama questa storia. A me piace la parte dei coniglietti. Ma non capisco perché, alla fine, l’uomo si butta dal balcone.*


In effetti, credo che questi due brani riescano, da soli, a esprimere al meglio il messaggio di fondo di Monstrilio. Ma dicono molto anche delle nostre fragilità.


03/01/2026


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* Questa è una citazione trasparente di Lettera  a una signorina a Parigi di Cortázar.

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