Nella carne, di David Szalay

 


L’ultimo romanzo di David Szalay, Nella carne (Adelphi 2025), ripercorre un lungo arco di vita di István, novello Barry Lyndon di origini ungheresi. L’adolescenza in una mai nominata città dell’Ungheria, l’età adulta a Londra e, infine, il ritorno a casa, in un paese che, nel giro di qualche decennio (dal crollo della Cortina di Ferro all’entrata nella UE e alla recente pandemia), è cambiato ma nemmeno tanto.


Ho parlato di “arco” (di vita), ma in questo caso l’analogia con le figure geometriche funzionerebbe di più facendo riferimento a una parabola o a un cerchio. La parabola, perché il movimento che István compie lo porta a trovare fortuna a Londra, ma anche la provvidenziale “croce”, che lo farà cadere in ginocchio, nella polvere da cui pensava di essersi emancipato; il cerchio, perché, in questa storia, l’inizio e la fine sembrano coincidere, non solo per ragioni geografiche.


L’io narrante è trasparente, invisibile. L’autore non esprime mai il proprio punto di vista, non indugia in riflessioni; nessun giudizio. A questo si aggiunge un protagonista che parla attraverso frasi secche, spesso composte da poche parole. Anzi, spesso si limita a una parola: “okay” oppure “certo”. Consideriamo un dialogo tipico (in questo caso, un giovane István è a un colloquio di lavoro):


“Immagino vorrai sapere qualcosa del lavoro”.
“Già”, fa István.
Gli spiega che si tratta di gestire il magazzino — seguire consegne e spedizioni.
“Okay”, fa István.
“Quindi accetti?”.
“Certo”.
Si stringono la mano.
Quando la raggiunge, sua madre è al secondo caffè e sta facendo un sudoku.
“Com’è andata?”, gli chiede.
“Preso”, dice lui.
“Lo sapevo. E quanto ti danno?”.
“Intendi i soldi?”.
“Naturale”.
“Non lo so”, fa lui.
“Non lo sai?”.
“Non me l’ha detto”.
“E tu non l’hai chiesto?”.
“No”.
“Sei proprio un ingenuo”, dice la madre.


Buona parte del romanzo è scritta così. Dialoghi ridotti all’osso, mentre la prosa è composta perlopiù di periodi brevi, spesso resi in una riga, punto e a capo. Questa scelta dà un ritmo piuttosto veloce alla narrazione, ma mi rendo conto possa risultare poco gradevole a chi prediliga una prosa ben stesa, ricercata e ricamata. Per quanto mi riguarda, ho apprezzato molto lo stile di scrittura di Szalay. Anche perché ritengo sia funzionale alla costruzione dei personaggi (in particolare del protagonista) e del meccanismo narrativo. Mi spiego.


Per quanto riguarda il protagonista, ho detto che abbiamo a che fare con una sorta di Barry Lyndon. Come quest’ultimo, István desidera compiere un’ascesa sociale, ma ciò avviene in modo fortunoso: entrambi mancano di progettualità (a differenza di Julien Sorel de Il rosso e il nero, il quale è un pianificatore, uno stratega del proprio destino) e riescono a ottenere successo e soldi solo perché mossi dalla semplice sensualità. Le loro conquiste sono dettate dalla fortuna, e così i loro fallimenti. Si trovano nel posto giusto al momento giusto e danno un morso al frutto della vita, salvo poi rimanerne intossicati.


Questo si riflette molto bene nella scelta stilistica evidenziata sopra: la prosa e i dialoghi rivelano un’aderenza quasi animalesca al presente. In un certo senso, lo stile narrativo adottato da Szalay è funzionale alla costruzione di un mondo rarefatto, ovvero ristretto, angusto, in cui esiste solo il presente percepito, una realtà filtrata dai sensi e dalla semplice categoria del piacevole/spiacevole.


La povertà di pensiero progettuale e immaginativo, che per così dire rende István poco incline a sporgere verso il futuro, si coglie in numerosi luoghi, dove il protagonista tende ad agire senza pensare alle conseguenze (ad esempio quando qualcuno gli propone di fare questo o quello, cui segue l’immancabile risposta “okay”). Tale caratteristica si rende particolarmente palese in una scena. Il nostro protagonista si trova in piscina con una donna sposata: i due consumano un rapporto sessuale in acqua e poi si distendono nudi a prendere il sole. In quel momento la donna si accorge che suo figlio li sta osservando. Lei si allarma, fa per andare verso il bambino, e questo fugge. Il primo pensiero della madre non è “Se dovesse essere sconvolto?”, bensì “Se dovesse dirlo al padre?”. A quel punto, István la tranquillizza:


“Non lo farà”.
“Ma se lo farà?”.
“Non lo farà”, ripete István.
“E tu come lo sai?”.
“Prova a immaginarti la conversazione”, fa lui.
“La conversazione?”.
“Se glielo dicesse. Prova a immaginarla”.
“Perché?”.
“Io non ci riesco”, fa István. “Anche se avesse visto. Non ce lo vedo lì a raccontargli tutto”.


Una scena impensabile ne Il rosso e il nero di Stendhal: il “preveggente” Sorel non solo riuscirebbe a immaginare questa conversazione, ma agirebbe di conseguenza per impedirla. István, invece, si limita a vedere accadere gli eventi nel presente, e in fondo tale atteggiamento lo rende meno pericoloso dell’ambizioso e calcolatore Julien. E certamente anche più buono, o quantomeno pietoso.


D’altra parte, nonostante la parsimonia di parole e di pensieri espressi, István è capace anche di qualche momento di profondità, a riprova del fatto che non è un mero animale incapace di riflessione. Ma sono episodi rari. A un certo punto, un personaggio del romanzo, ammalato di cancro, si chiude in se stesso, rifiutando il conforto dei propri cari. István si spiega un simile atteggiamento in questo modo:


Per come se lo immagina, forse si sentirebbe soprattutto molto solo — sentirebbe di essere solo nell’affrontare la situazione e che, qualsiasi cosa dicessero gli altri, resterebbe il fatto che loro non devono affrontare un bel niente, e lui sì.


Questo passaggio mi ha colpito, non tanto per il pensiero in sé (non proprio originale), quanto perché, in un certo senso, è come se István parlasse di se stesso: la sua vita, priva di prospettive e fughe verso il futuro, ricorda appunto quella di chi si trova ad affrontare un ciclo di cure, completamente assorbito dalla routine delle visite, della chemio, dei controlli, che, pur alludendo a una possibilità drammatica, accadono tutte qui e ora. Si preferisce non guardare oltre il presente, perché il futuro è angosciante. Meglio aggrapparsi a ciò che accade oggi, a questa visita, a questa chemio, che sembrano essere le sole cose reali, piuttosto che perdersi nel pensiero abissale che si dischiude alla domanda: “Ma tutto questo servirà?” Ecco, è come se István fosse inchiodato in percezioni e azioni che lo assicurano nel presente e lo proteggono da domande del tipo “Ha senso quello che sto facendo?”. Ma questo atteggiamento ha un prezzo: sentirsi molto soli, anche quando si è circondati da una folla di persone. Credo che una condizione simile non sia così estranea a una buona parte della popolazione occidentale, soprattutto negli ultimi due decenni.


Consideriamo ora il meccanismo narrativo messo a punto dallo stile di scrittura adottato da Szalay. L’impressione è che questo ritmato alternarsi di “frasi punto”, dialoghi secchi, restituisca al lettore un tessuto rado: non già un bell’arazzo, adornato e pieno, composto da periodi lunghi e fini analisi introspettive o estetiche; bensì una trama indecorosa (in senso tessile, non narrativo), e dunque poco decorata, simile più a una rete da pesca che a un oggetto da arredamento. Provo a spiegare quest’ultima analogia.


Più andavo avanti, più la lettura si rivelava faticosa. Non tanto perché il ritmo rallentasse (al contrario, il romanzo si fa divorare dalla prima all’ultima pagina), quanto perché sentivo dentro di me un peso. Fino a metà romanzo mi sembrava di avere a che fare con un puro esercizio di stile (“guardate che scrittura fredda e spietata, le mie parole sono un bisturi!”), ma a un certo punto mi sono reso conto che stavo trascinando una rete che si era riempita di un carico emotivo. Era come se questa rete a strascico avesse drenato le mie acque interiori, catturando qualcosa che giaceva silenzioso nelle profondità.


Questo mi ha sorpreso. È vero: Nella carne può essere visto come una grande prova di stile, ma per quanto mi riguarda è qualcosa di più. È una storia che lavora nel profondo, simile a una rete che agisce sul lettore, ne scandaglia gli strati sommersi e porta alla luce reperti inaspettati (che riguardano il modo in cui egli si rapporta agli affetti, al sesso, al lavoro, alla perdita, all’invecchiamento, alla solitudine, ecc.). Almeno, questa è stata la mia esperienza. E per questo posso dire che è un romanzo sorprendente.


08/01/2026


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