Slewfoot, di Brom


Ho preso Slewfoot di Brom (La Bottega dell’Invisibile, 2025, trad. di Tiffany Vecchietti & Valentina Chioma) con qualche riserva. Da un lato, considerando la fiducia che ripongo nell’editore (che ha pubblicato il meraviglioso Monstrilio), sapevo che avrei letto un bel libro; dall’altro, dato il tema trattato, temevo di addentrarmi in un’opera viziata da disinformazione. La fiducia riposta nei tipi della Bottega dell’Invisibile mi ha infine ripagato: Slewfoot è davvero un bel romanzo e, per quanto mi riguarda, uno dei più belli letti da un anno a questa parte.


Prima di addentrarmi nella storia, vorrei chiarire meglio il motivo della mia iniziale resistenza. Da diversi anni (decenni, forse secoli), il fenomeno della stregoneria viene presentato sotto una luce che ne ha profondamente distorto i tratti, nonostante le numerose pubblicazioni scientifiche a esso dedicate. Secondo la vulgata, a partire dal Medioevo la Chiesa avrebbe operato una sorta di genocidio, mandando sul rogo centinaia di migliaia di donne colpevoli di essersi opposte alla tradizione cristiana e al dominio patriarcale. Gli errori presenti in una simile lettura sono molteplici. Innanzitutto, il fenomeno della caccia alle streghe si colloca prevalentemente in Età moderna, in particolare dopo la Riforma protestante e il Concilio di Trento. In secondo luogo, se è vero che la maggior parte delle vittime fu di sesso femminile, i processi e le condanne riguardarono anche molti uomini (basti leggere I benandanti di Carlo Ginzburg per accorgersene). In terzo luogo, la Chiesa (in particolare quella cattolica) procedette con una certa cautela, infliggendo la pena capitale con relativa parsimonia: il suo ruolo fu spesso quello di arginare la giustizia fai-da-te, che poteva scaturire da conflitti di ordine sociale, nutriti da invidia, avidità e paura. Numeri alla mano, le persone condannate al rogo non furono centinaia di migliaia, ma alcune decine di migliaia. Con questo non si intende assolvere nessuno, ma piuttosto ridimensionare un fenomeno che può (e deve) essere giudicato, ma prima ancora compreso.


Temevo dunque di trovarmi tra le mani un romanzo che seguisse l’onda emotiva che accompagna le credenze contemporanee sulla stregoneria. Un timore infondato. La storia narrata, infatti, non pretende di elevarsi a Storia (che è una disciplina scientifica) ma si limita a presentare un caso singolare, mettendo in luce con grande efficacia (al netto dell’elemento fantastico) un contesto ben preciso: quello dell’America puritana del Seicento, in cui la stregoneria e la sua repressione possono prendere forma. Un contesto che obbedisce a una propria “razionalità” (passatemi il termine) e che affonda le radici nella nostra storia evolutiva. Tali elementi, del resto, si riscontrano anche in scenari molto diversi, legati al modo squisitamente umano (ossia simbolico) di organizzare la vita in comune.


Diversamente da altri primati, gli esseri umani si sono organizzati socialmente al fine di ridurre la violenza all’interno del gruppo, istituendo quella che è stata definita una “tirannia dei cugini”. Le società puritane dell’America seicentesca rappresentano in tal senso un esempio emblematico: a comandare non è un singolo maschio alfa, bensì un gruppo di maschi adulti, la cui arma principale è il pettegolezzo. La pace e la sopravvivenza del gruppo sono garantite dal conformismo, e il conformismo è garantito da una fitta comunicazione che riguarda la reputazione degli individui. Chi non si conforma alle regole viene denunciato e ostracizzato. Questa dinamica, che avrebbe dato avvio alla storia della specie umana distinguendola da altre linee evolutive, è ben descritta ne Il paradosso della bontà di Richard Wrangham.


Un altro aspetto fondamentale è quello della paura. L’essere umano può essere definito homo timens: timoroso per natura, incline a scorgere in ogni ombra una minaccia potenzialmente letale. La paura plasma la storia di questa bizzarra e, proprio in quanto impaurita, pericolosa “scimmia nuda”. Arte, religione e politica (in una parola, la cultura) possono essere lette come risposte a questa condizione emotiva fondamentale. La paura va disciplinata, incanalata attraverso saperi e pratiche che, lungi dallo sradicarla, la addomesticano. Illuminanti, in tal senso, sono La paura in Occidente e Il peccato e la paura di Jean Delumeau, che inquadra la repressione della stregoneria come costruzione culturale e strumento di disciplinamento religioso e sociale.


Ma veniamo a Slewfoot. Tre creature selvagge (spiritelli della natura) con le sembianze di un ermellino (Foresta), un corvo (Cielo) e un pesce (Ruscello) evocano uno spirito antico che prende vita nel corpo di un grosso caprone. Questo spirito, che le creature chiamano Padre e che la protagonista Abitha chiama Samson, ha l’anima frammentata: non ricorda nulla di sé né del mondo. La storia racconta il rapporto tra Padre/Samson e Abitha, una giovane vedova che vive ai margini di una foresta del Connecticut, a poche miglia da Sutton, villaggio fondato da un gruppo di puritani devotissimi. Padre/Samson aiuterà Abitha a mandare avanti la fattoria, gravata da un pesante debito; in cambio, la giovane lo aiuterà a ricomporre la propria memoria e a capire chi sia davvero: il Diavolo oppure, come lei crede, una divinità della foresta, benevola e vitale? Attraverso questa relazione, Abitha scopre di possedere poteri magici legati alla natura; un dono che, nel luogo in cui vive, può trasformarsi in una condanna. Se da un lato la terra inizia finalmente a dare frutto, dall’altro la comunità comincia a nutrire sospetti. E la pena per il reato di stregoneria è la morte.



Foresta e Ruscello (le illustrazioni sono di Brom)


Il romanzo offre numerosi spunti di riflessione. Come in Vorrh e in Empusium, ci troviamo di fronte alla contrapposizione tra Civitas e Silva, anche se qui i due poli assumono una tonalità diversa. Da un lato, la Civitas è carica di santità, essendo costituita da una comunità ossessionata dal peccato; dall’altro, vi è una terra vergine (non ai livelli del Vorrh) ancora non conquistata dagli europei, e dunque ignota, aliena e intrisa di pericoli. E di nuovo emerge il pólemos: la Civitas, per rimanere integra, non deve essere contaminata dalla Silva; ma solo sottraendo spazio alla Silva, e dunque entrando in contatto con essa, può sopravvivere. È da questa contraddizione (che si riflette anche sul piano psicologico, o se si preferisce spirituale) che nascono i mostri. Prima o poi occorre mettere un piede nella selva oscura, e quando ciò accade ci si imbatte nelle fiere.


Cambiando prospettiva, però, è l’uomo a essere visto come un mostro agli occhi delle creature selvagge. Foresta, Cielo e Ruscello temono gli esseri umani e li odiano:


“Osserva”, sibilò Foresta. “Osserva come tagliano gli alberi, insudiciano l’acqua, bruciano i nostri nidi e le nostre tane. Sono una piaga che uccide la magia e le nostre stesse anime”. Dimenò il piccolo pugno. “E ora sono qui, nel nostro ultimo santuario”.


Qui viene messa in discussione l’idea che solo la civiltà occidentale abbia causato la frattura tra uomo e natura. Le creature selvagge, infatti, odiano anche le popolazioni indigene. Foresta commenta così l’arrivo dei primi esseri umani, giunti da nord migliaia di anni prima:


“Quando il loro numero crebbe”, proseguì Foresta, “quando prosperarono, vollero di più… vollero sempre di più. Sono creature malvagie e avide”.


L’homo timens è anche technologicus, e probabilmente i due termini sono cooriginari. La prima punta di selce, che accompagna l’emergere del linguaggio e del pensiero concettuale (rivelando all’uomo la propria nudità) recide in un certo senso il legame con la natura. La civiltà occidentale rappresenta l’esito estremo di questo strappo: una natura sempre più calpestata e umiliata, ma ancora capace di reagire come un animale ferito.



Lo sciamano Mamunappeth e Slewfoot


La Civitas, tuttavia, non esercita violenza solo verso la Silva, ma anche verso se stessa. È il concetto stesso di santità, mi pare, a rivelarsi mostruoso. Due episodi sono emblematici.


Abitha si sta recando al villaggio per la funzione domenicale. Giunta alla palizzata che separa Civitas e Silva, nota un uomo alla gogna. Alcuni bravi cristiani gli lanciano addosso zolle di terra e sterco:


Abitha fu colpita dalla loro violenza; non c’erano i sorrisi, né le risate scherzose di una burla, ma solo volti rigidi e cupi. Sentiva che avrebbe potuto comprendere se si fosse trattato di semplice crudeltà, ma sembrava piuttosto che stessero combattendo contro Satana in persona, celato dentro a quell’uomo.


In un altro episodio questa dinamica si fa ancora più chiara:


Quelle persone erano fermamente convinte di compiere l’opera di Dio, e qualcosa in loro inorridiva Abitha ancora di più dei volti segnati dalla crudeltà. Perché almeno la crudeltà si poteva additare e affrontare. Ma quella convinzione assoluta che il male che stavano infliggendo fosse un bene, che fosse opera di Dio – com’era possibile sconfiggere una fede così oscura?


Un altro tema centrale è quello dell’identità. Padre/Samson vuole sapere chi è, ma anche Abitha è mossa dalla stessa esigenza. La ricerca di sé è tutt’altro che semplice: spesso la nostra identità ci viene imposta dall’esterno, come un abito non nostro che siamo costretti a indossare. È un atto violento, certo, ma col tempo quell’abito diventa comodo e rassicurante. Per questo può essere doloroso spogliarsene: sembra quasi che si sia incollato alla pelle, e strapparlo via significa scorticarsi. Chi riesce nell’impresa resta ferito, almeno finché la pelle non si rinnova. Uno dei messaggi di Slewfoot sembra essere proprio questo: solo chi diventa se stesso può dirsi libero e felice, nonostante il dolore. Un messaggio che sembra uscito dalla penna di Nietzsche.


Vorrei concludere questa lunga nota soffermandomi sulla capacità di Brom di toccare le corde emotive del lettore. Ammetto che a un certo punto sono stato colto da una rabbia intensa. Rabbia verso una comunità soggiogata da forme di potere che non sono poi così diverse da quelle che caratterizzano il nostro presente. La paura, l’ignoranza, la stupidità di chi è manipolato; il trionfo dei manipolatori, dei prepotenti, dei violenti, degli ingordi, dei razziatori, che si appellano a Dio ma sono i più lontani dal Dio in cui dicono di credere. A un certo punto avrei voluto scagliare il libro contro il muro. Se non l’ho fatto (nonostante il fumo che mi usciva dalle orecchie) è perché non riuscivo a smettere di leggere. E non riuscivo a smettere di leggere perché Brom scrive davvero bene.


In conclusione, Slewfoot può essere letto come  un romanzo sulla stregoneria, ma anche come allegoria del conflitto tra civiltà e natura, o una riflessione sulla paura come fondamento dell’ordine sociale e sulla violenza che nasce quando la santità si fa assoluta. Di certo, Brom non assolve né condanna: mostra. E ciò che mostra ci riguarda perché non appartiene soltanto a un passato che ci è alle spalle.


23/01/2026

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