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L’inverno del nostro scontento

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Questo romanzo non è il migliore di Steinbeck (difficile superare le vette di “Furore” e della “Valle dell’Eden”), ma è comunque una chicca che supera gran parte della roba che ho letto ultimamente. Se in “Furore” Steinbeck descrive la nostra società con lo sguardo degli “ultimi”, i quali sono costretti a una vita alienata che non permette loro di essere pienamente umani (anche se vi sono sempre dei margini, dei piccoli spazi in cui la loro umanità emerge, attraverso semplici gesti e parole); ne “L’inverno del nostro scontento” lo sguardo non è rivolto verso gli ultimi, bensì verso quella gente “di mezzo” nella quale la gran parte di noi si trova: la piccola-media borghesia. Qui si coglie un diverso tipo di alienazione che non è slegata dalla prima, e che consiste nel senso di fallimento che costantemente accompagna la nostra vita. Il senso di non avercela fatta, di essere rimasti indietro rispetto agli obiettivi che abbiamo interiorizzato, il senso di precipitare verso il basso, appun...

Crossroads

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Non credevo avrei più scritto alcuna nota sui romanzi che leggo. Non credevo avrei scritto più alcuna nota su un romanzo di Franzen, dopo la delusione di "Purity". Invece, eccomi qua. Non si tratta di una vera e propria nota, ma semplicemente una segnalazione. Ho letto l'ultima fatica di Franzen, "Crossroads" (Einaudi, 629 pp.), in pochi giorni. Non mi capitava da tantissimo tempo di trovarmi tra le pagine di un libro in ogni momento libero della giornata (e della notte). Franzen ce l'ha fatta di nuovo (dopo "Le correzioni" e "Libertà") a scrivere una storia magnetica. La tipologia, se così si può dire, è sempre quella: un romanzo famigliare, in cui i legami tra i vari componenti (genitori e figli) sono sottoposti alla dura prova del tempo e di tutto ciò che fa fluire il tempo umano: passioni, egoismi, progetti, desideri, cedimenti. Ne esce anche un interessante spaccato della provincia americana degli anni '60-'70, pervasa da un ...

Il vento selvaggio che passa

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Qualche giorno fa ho finito di leggere "Il vento selvaggio che passa", il penultimo romanzo di Yates, pubblicato in USA nel 1984, e uscito in Italia solo quest'anno per i tipi di Minimum fax. Il romanzo presenta i soliti temi yatesiani: la solitudine, la rivolta artistica alla vita borghese, il fallimento (della vita borghese, ma anche della rivolta artistica), l'abbandono e l'impotenza. In particolare, qui si percepisce un'idea che deve aver ossessionato Yates lungo tutto il corso della sua vita: la mancanza di talento. In effetti, dopo che ebbe pubblicato "Revolutionary Road", Yates non riuscì più a scrivere un romanzo che fosse all'altezza di questo incredibile esordio. Così, anche il protagonista de "Il vento selvaggio che passa", Michael Davenport, è uno scrittore (poeta) che non riesce a superare il suo primo componimento (intitolato "Vuotare il sacco"); intanto gli anni passano, Michael cade diverse volte, perde amici e...

Gli incendiari

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In questi giorni di "quarantena" ho potuto ritagliare del tempo per me stesso e finalmente ho completato la lettura di un romanzo. Un romanzo ben scritto, gradevole, che ho divorato in pochi giorni. Un romanzo di R.O. Kwon, una scrittrice di origini coreane trapiantata negli USA. La storia non è originalissima e ho avuto più volte la sensazione di deja-vù (mi è sembrato di trovare un sacco di topoi già visti). Ma rimane comunque una storia piacevole, che vede due protagonisti ventenni: un ragazzo (Will) e una ragazza (Phoebe) uniti da un legame amoroso, che finiscono col "perdersi" (non specifico in che senso) a causa del susseguirsi di alcuni eventi (che non sto a rivelare per non rovinarvi la lettura). Dico solo che la vicenda si svolge all'ombra di una setta religiosa che finirà per condizionare le scelte dei due protagonisti e che metterà in luce la fragilità dei legami (parentali e amorosi); fragilità che dipende anche dai guasti (o se preferite, "trau...

Macchine come me?

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Ci sono degli autori di cui leggo tutto ciò che esce, nonostante debba riconoscere che solo alcuni dei loro romanzi mi sono piaciuti. Ian McEwan è uno di questi. Ho adorato "Espiazione" e "Solar", ho letto con piacere "La ballata di Adam Henry" e "Miele", ma molti altri suoi lavori mi hanno lasciato del tutto indifferente (alcuni non mi sono piaciuti proprio). Qual è la mia opinione riguardo alla sua ultima fatica, "Macchine come me"? Allora, non fa parte dei miei preferiti (questo lo dico subito). La lettura a volte è appesantita da parti che potevano essere ridotte (imho) e ci sono certi dialoghi del tutto improbabili che avrei reso diversamente (quelli con Alan Turing, ad esempio). Per questo motivo non mi ha del tutto convinto. La scrittura, d'altra parte è brillante (come sempre), per cui l'ho letto velocemente e volentieri. Al centro della storia, come forse saprete, c'è un robot (o un replicante, se preferite) la cui ...

Il condominio

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Qualche mese fa hanno pubblicato (non ricordo su quale giornale online) un articolo in cui si parlava di un esperimento sociale (condotto da non ricordo chi) che consisteva nel lasciare incustodita un’automobile in due distinti quartieri (di una città americana, che non ricordo, scusatemi): la prima in una zona residenziale piuttosto pregiata, la seconda in una zona periferica degradata. Dopo alcune settimane, l'automobile posteggiata nella "zona bene" era ancora intatta, mentre la seconda automobile aveva subito diversi danneggiamenti e furti. In seguito hanno ripetuto l'esperimento, con una piccola variante: l'automobile posteggiata nel quartiere per bene era stata danneggiata volutamente da chi aveva condotto l'esperimento e... sopresa: in poco tempo, la macchina aveva subito lo stesso trattamento della gemella posteggiata nel quartiere "malfamato". La conclusione avanzata da chi aveva condotto la ricerca è la seguente: il degrado comporta altro d...

Cecità

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Un errore in cui un filosofo può incappare è quello di elevare a universale il proprio sentire individuale. In questo caso, siamo di fronte a quello che può essere definito "psicologismo". Un esempio? La vita mi appare (appare A ME) senza senso e assurda, dunque, concludo che la vita è, nella sua universalità, senza senso e assurda. Per fare un esempio ancora più circonstaziato, una sentenza come "L'inferno sono gli altri" (Sartre) è filosoficamente irricevibile. Certo, posso capire che cosa vuol dire, e potrei anche farla mia, nella misura in cui gli altri mi fanno costantemente dei torti, mi feriscono con le loro azioni egoistiche, e così via. Ma sarebbe un errore, a partire dal mio caso individuale, asserire che il mondo è un regno di dolore e che l'umanità, nella sua generalità, non fa altro che esacerbare questo dolore. Sarebbe un errore, dico, se si tratta di emettere un giudizio universale sul mondo. Ma se si tratta di esprimere il proprio sentire ind...