Una casa che sanguina, di Carissa Orlando
Una casa che sanguina, della scrittrice e psicologa americana Carissa Orlando, è una perla tradotta da Michela Guardigli e pubblicata a febbraio dai tipi de “La Bottega dell’Invisibile” (che evidentemente non ne sbagliano una).
La storia è semplice: Margaret vive da sola in una vecchia casa di fine Ottocento, acquistata quattro anni prima. Ha una figlia, Katherine, che non vede mai, e un marito, Hal, che l’ha lasciata da qualche mese. Il motivo? Non sopportava più di vivere in una casa infestata, dove le pareti sanguinano e una moltitudine di fantasmi appare a rovinarne la quiete. Quando Katherine decide di fare visita alla madre per la prima volta e di aiutarla a scoprire che fine abbia fatto Hal, Margaret dovrà farsi in quattro per evitare che la figlia possa scoprire la natura della casa.
Se la trama è semplice, il tema affrontato, invece, non lo è, per quanto la lettura di questo romanzo risulti scorrevole e leggera (nel senso migliore del termine). Si parla, infatti, di abbandono, compromessi, violenza domestica e segreti ostinatamente taciuti.
Si può convivere con tantissime cose che si considerano riprovevoli. Specialmente se ci sono delle regole.
Margaret è una donna che ha imparato a sopportare ogni tipo di difficoltà: basta darsi delle regole e seguirle, come fa Pollicino con i suoi sassolini. In questo modo, anche il bosco più oscuro e minaccioso può essere attraversato. Non solo: Margaret è una di quelle persone capaci di arredare il proprio dolore e abitarlo. Ammirevole. Ma che fare quando la casa in cui vivi è infestata da fantasmi “malandrini”? Fuggi via? D’altra parte, quando hai arredato il tuo dolore e hai iniziato a considerarlo la tua unica possibile dimora, finisce che ti identifichi in esso fino ad amarlo. E allora non te ne vuoi andare più via, anche se la casa piange sangue.
“Abbiamo messo tanto di noi in questa casa. Abbiamo trovato tutti i mobili, arredato tutte le stanze. Questa casa è nostra. Siamo noi, ed è molto bella.” Feci un gesto ad abbracciare i pensili decorati della cucina, i muri perfettamente dipinti e i pavimenti in legno, sì, originali. “È casa nostra”, dissi. Ed era la verità, senza riassunti. I malandrini non mi avrebbero scacciata da casa mia. Non quando si poteva sopravvivere a tutto.
Questo è un romanzo su una casa infestata, ma anche sulla solitudine, nella quale i mostri trovano spazio ed esercitano il loro dominio. La cosa interessante è che questo tema è affrontato sia dal punto di vista psicologico ed esistenziale sia, per certi versi, da un punto di vista politico. Vediamo in che senso.
Per quanto riguarda il lato psicologico, la tesi è semplice: nella solitudine non c’è salute. Non sono un esperto di letteratura psicoanalitica o psichiatrica, ma, da quel poco che so, la psiche umana si struttura entro una rete di relazioni (dai genitori/caregiver fino alle amicizie), e quasi tutti i nostri problemi hanno origine da relazioni mancanti o scadenti che non ci permettono di costruire una “base sicura” (per riprendere un concetto di John Bowlby). Si tratta di una dinamica studiata e osservata in lungo e in largo.
Visto che il romanzo parla del soprannaturale, ci tengo a ricordare anche la ricerca di Ernesto De Martino, il quale individuò nel tarantismo un aspetto interessante: le contadine pugliesi degli anni Cinquanta che erano “possedute” dalla taranta avevano trovato un modo per riconquistare la salute, compromessa da uno stato di abbandono e oppressione. Il tarantismo, come sistema simbolico culturalmente condiviso, permetteva a queste vittime di superare una condizione di dolore personale (per lo più causata dalla condizione di subalternità alla quale erano costrette) attraverso un rituale coreutico-musicale che coinvolgeva l’intera comunità. In estrema sintesi, lo schema era il seguente: c’è un male che mi opprime (ad es. un amore precluso), il male ha questa forma (il ragno che avvelena), ma esiste anche una strategia per affrontarlo e sconfiggerlo (la danza, che si conclude con l’uccisione simbolica del ragno). Il tarantismo metteva in scena (al cospetto della comunità e con il sostegno di suonatori esperti) una lotta che, da individuale, diventava collettiva; a rimarcare dunque il concetto che la salute è anche una conquista politica, perché non c’è salute nella solitudine.
Un’ultima deviazione. Ne Il paradosso della bontà, Richard Wrangham avanza l’ipotesi che la specie umana si sia distinta dall’antenato che ha in comune con gli scimpanzé quando i gruppi iniziarono a coalizzarsi contro i maschi alfa più aggressivi, fino a eliminarli o emarginarli. In questa prospettiva, Golia non cade per mano di un solo Davide, ma grazie a molti Davide insieme.
Se questa ipotesi è corretta, si può spingere il ragionamento un passo oltre (anche se Wrangham non lo fa esplicitamente): l’essere umano realizza pienamente la propria umanità quando, attraverso la cooperazione, si libera dall’oppressione. Vale in politica, ma anche in clinica: la salute mentale non è mai un fatto individuale – è risultato di un atto collettivo.
Certo, questa stessa rete di relazioni può risultare soffocante: espone al giudizio e chiede omologazione. E chi prova a sottrarsi, a difendere una propria irriducibile singolarità – anche quando è dolorosa – rischia di scivolare nell’isolamento.
Non mi piaceva uscire di casa e, quando proprio dovevo, cercavo di rientrare il prima possibile. Una volta abbandonai un carrello pieno di spesa nel bel mezzo di una corsia al supermercato, quando vidi quanto era lunga la fila alla cassa. No grazie. A volte mi ritrovavo a camminare velocemente, persino a correre, di ritorno dalla cassetta della posta. Forse era una regola, non particolarmente complessa o esplicita, ma era un chiaro: non ti allontanare.
Finché Margaret resta sola, non può che adattarsi al male, trovando regole per conviverci. Ma nessuna strategia individuale basta davvero. Perché, come suggerisce anche Wrangham, certi “mostri” – naturali o sovrannaturali – si possono affrontare solo insieme. Ed è quello che Margaret dovrà capire, mentre affronta un crescendo di orrore che Carissa Orlando sa narrare con maestria.
È un messaggio, questo, che nemmeno noi dovremmo sottovalutare. In un’epoca dominata da mostri politici in cui l’individualismo sembra aver raggiunto traguardi mai visti, costringendoci a un disumano senso di abbandono e impotenza, forse la narrativa contemporanea dovrebbe dirci proprio questo: il male non può essere combattuto da eroi solitari, ma da individui che si uniscono sotto il motto in unitate salus.

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