Glamorama, di Bret Easton Ellis



Con colpevole ritardo, ho letto soltanto ora Glamorama (1999) di Bret Easton Ellis, autore di Meno di zero (meh), American Psycho (capolavoro), Lunar Park (bello) e del più recente Le schegge (molto bello). In una ipotetica classifica (basata unicamente sul mio gusto), metterei questo romanzo sotto American Psycho e sopra gli altri libri che ho menzionato. Quindi, si tratta di un lavoro che mi è piaciuto molto, anche se ho faticato un po' durante la lettura (dopo dirò brevemente il motivo di questa fatica).

Il protagonista, Victor Johnson aka Victor Ward, modello newyorkese che passa le sue giornate tra il jet set e feste esclusive, è decisamente un tipo alienato: guarda la propria vita come un film e percepisce se stesso come il protagonista di un thriller che, capitolo dopo capitolo, assume sempre più le sfumature di un'allucinazione, dove la violenza prende sempre più il sopravvento (immaginate una sorta di Zoolander diretto da Quentin Tarantino).

Si tratta di una scelta narrativa interessante, perché a un certo punto è chiaro che il regista che governa il mondo nel quale Victor vive è un pazzo che aspira a una distruzione che assume i contorni di una palingenesi: lo spettacolo – la vita stessa – per andare avanti richiede il sacrificio di tutti i suoi attori.

E il lettore, a un certo punto, intuisce che per salvarsi sarebbe sufficiente abbandonare il set, rifiutare la logica dello show must go on; ma è anche chiaro che Victor, per quanto disorientato, e in seguito inquietato e angosciato, non può, non vuole farlo: il solo modo di essere hip (per utilizzare una sua espressione) è rimanere su quel set e accettare tutto ciò che vi accade, compresa la distruzione e la propria dissoluzione morale.

In una recente canzone dei Baustelle (Una storia) ci sono dei versi che riassumono la prima parte di Glamorama: “Che cosa penseranno adesso di me / di questo schifo che c’è / di questo fiume di storie senza storia perché / se merda c’è solamente / a questo crede la gente / che non sa dove va”. La vita di Victor (e dei suoi amici) scivola via come una sequela di reel di TikTok o storie di Instagram privi di spessore, ossia di Storia (con la esse maiuscola): tutto è superficie, ed Ellis rende stilisticamente questo scivolio esistenziale attraverso un ininterrotto (e spesso davvero noioso) elenco di cose, persone, fatti, eventi irrilevanti (non esagero se affermo che due terzi del romanzo sono costituiti da elenchi simili a quello riportato sotto).


Lo stesso Victor (che a tratti ricorda davvero Derek Zoolander) è un campione di superficialità – ed è forse questo il motivo per cui piace: non avendo spessore, può essere ogni cosa. Ma se in astratto questo è favoloso, in concreto è pericoloso: se una persona può essere ogni cosa (pensate a Zelig di Woody Allen), significa che ha già perso se stessa. Significa che può diventare la peggiore versione di sé – o, peggio ancora, la peggiore versione di ciò che la sua natura (per così dire) non aveva nemmeno previsto.

– A noi piaci, Victor, – dice, sommesso. – Ci piaci perché non hai un programma. – Pausa.  – Ci piaci perché non hai nessuna risposta.

– E se un giorno, Victor, – inspira, mi stringe più forte, – se un giorno tu diventassi quello che non sei mai stato?

Si torna dunque all'osservazione fatta sopra: nel momento in cui scopri di essere diventato una maschera mostruosa di cui hai orrore, basterebbe strappare il copione che ti hanno messo in mano e lasciare il set. E tuttavia, quel set è così hip... e allora, the show must go on!

21/06/2026

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