Il conte di Montecristo, di Alexandre Dumas
Mettersi a scrivere qualcosa su Il conte di Montecristo nel 2026 è sicuramente una cosa ridicola, e forse è ancora più ridicolo avere letto per la prima volta questo capolavoro della letteratura dell’Ottocento all’età di quarantotto anni. Ma è andata così.
Probabilmente conoscete già la storia, magari anche solo a grandi linee per averne sentito parlare. È il 1815 ed Edmond Dantes, un giovane marinaio, si trova al culmine della felicità: è appena tornato a Marsiglia dopo un viaggio di tre mesi, ha salutato il suo carissimo padre, rimasto vedovo, e con i soldi messi da parte può finalmente sposare la bellissima Mercedes, una ragazza di origini catalane di cui è innamorato follemente. Durante il pranzo di fidanzamento, tuttavia, Dantes viene arrestato: una lettera delatoria lo accusa falsamente di cospirare a favore del ritorno di Napoleone dall’isola d’Elba e Dantes viene rinchiuso, senza processo, nelle segrete del Castello di If. Dopo quattordici anni riesce a evadere in modo rocambolesco e da quel momento ha inizio la sua vendetta nei confronti dei responsabili della sua ingiusta prigionia.
ATTENZIONE: da qui in poi troverete degli SPOILER!
All’inizio, mentre leggevo i primi capitoli, mi sembrava di avere tra le mani un romanzo anti-kafkiano (anche se sarebbe più corretto invertire i termini, visto che Kafka è successivo). Diversamente da Il processo, infatti, dove i meccanismi della giustizia operano in modo oscuro, per cui è impossibile trovare alcun principio di responsabilità, nel caso de Il conte di Montecristo tutto appare molto chiaro: abbiamo un innocente (Dantes) e dei soggetti che, per avidità, invidia e arrivismo, sono disposti a procedere contro di lui. Se in Kafka è presentato un dispositivo metafisico al quale gli uomini (le loro vite, il loro destino) sono costretti a piegarsi, qui abbiamo degli uomini che piegano quel dispositivo, perché, a ben vedere, agli uomini di potere è concesso il potere di farlo. Sulla base di questi due differenti orizzonti concettuali, abbiamo da un lato una posizione, quella kafkiana, che elimina ogni principio di speranza, perché non c’è nulla che l’individuo possa fare per ottenere giustizia; dall’altro abbiamo una posizione, quella del romanzo di Dumas, in cui la speranza non solo è possibile, ma assurge a compito supremo attraverso l’esercizio della vendetta, e questo perché i soggetti responsabili dell’ingiustizia sono noti, sono ben identificati.
Ci sarebbe da riflettere su chi abbia ragione tra i due (Kafka o Dumas), e mi pare che al momento presente Kafka abbia avuto la meglio: il mondo in cui viviamo è così complesso e le sue trame sono talmente nascoste ai nostri occhi che ogni forma di vendetta appare inattuabile, o quantomeno arbitraria. Per cui viviamo in tempi disperati e aridi di giustizia, che ci sottraggono ogni forma di speranza. Eppure, potremmo chiederci, forse le cose stanno così perché abbiamo perduto la capacità o la volontà di individuare i responsabili del disastro (economico, sociale, ambientale, politico) nel quale abitiamo?
D’altra parte, mentre procedevo con la lettura, il romanzo assumeva una piega kierkegaardiana: i riferimenti continui a Dio e alla Provvidenza, così come ai concetti di speranza e disperazione, non riuscivano a togliermi dalla testa che l’autore de La malattia mortale (1849) dovesse aver letto questo romanzo. Chiaramente non ci sono prove documentali a sostegno di ciò, ma come non cogliere nelle tappe attraversate da Dantes quelle stesse tappe che tre anni più tardi dalla pubblicazione de Il conte di Montecristo(1844-1846) Kierkegaard illustrerà nel suo saggio sulla disperazione? Nei capitoli dedicati alla prigionia di Dantes ritroviamo le prime due tappe della malattia mortale: la disperazione per qualcosa di terreno (che consiste nel disperare di questa o quella cosa, ad esempio, della perdita della persona amata) e la disperazione per se stessi (ossia per la propria debolezza, per il fatto che si è così deboli da disperare per questa perdita); e al culmine di questa seconda forma di disperazione, coerentemente a quanto affermato da Kierkegaard, troviamo un Dantes che è a un passo dal suicidio. Poi, nei capitoli dedicati alla vendetta, troviamo la terza tappa, quella che Kierkegaard descrive nella tipologia del Sé attivo; quel sé che si eleva sul piano dell’Übermensch e che, sostituendosi a Dio, pretende di eliminare da sé la propria disperazione: e qui troviamo un Dantes che a tutti gli effetti appare come una divinità vendicatrice che solo in apparenza riesce nel suo intento. Manca solo l’ultima tappa, quella del Sé passivo, che si ostina in modo demoniaco nella propria disperazione, che preferisce disperare piuttosto che rimettersi nelle mani di Dio e accettare l’evidenza che non c’è alcun modo umano di risolvere tale condizione. Ma manca quest’ultima tappa per il semplice motivo che Dantes, ossia il conte di Montecristo, comprende la propria disperazione in anticipo:
Dite all’angelo che veglierà sulla vostra vita, Morrel, di pregare per un uomo che, simile a Satana, per un istante si è creduto l’eguale di Dio e ha riconosciuto, con tutta l’umiltà di un cristiano, che soltanto nelle mani di Dio stanno la suprema potenza e la saggezza infinita. Forse quelle preghiere addolciranno il rimorso che porta in fondo al cuore.
Così, a un certo punto, quando vede che il proprio piano si sta sfilacciando e che la propria vendetta sta colpendo anche degli innocenti, fa un passo indietro e decide di affidarsi totalmente alla Provvidenza divina.
Le mie sono speculazioni estemporanee, quindi prendete questa riflessione per quello che vale; e tuttavia gli echi tra Dumas e Kierkegaard mi sembrano innegabili. Saranno forse il prodotto di un milieu culturale in cui il concetto di Provvidenza, di disperazione e speranza, e così di superomismo erano presenti nella riflessione di artisti e filosofi indipendentemente dal loro dialogo diretto? Probabilmente è così.
Vorrei infine richiamarmi a un autore più vicino a noi: David Foster Wallace. Nel suo celebre discorso al Kenyon College del 2005, Wallace osservò, con echi platonici (mi riferisco al Mito di Er), che gran parte della nostra disperazione dipende dal dio che abbiamo scelto e seguiamo: chi fa del denaro la propria divinità si sentirà sempre povero e sarà ossessionato dal guadagno; chi fa della bellezza la propria divinità si sentirà sempre brutto e si costringerà a intervenire sul proprio corpo per realizzare un impossibile ideale di bellezza; chi fa dell’intelligenza la propria divinità si sentirà sempre stupido e si costringerà a dimostrare il contrario, perseguitato dalla sindrome dell’impostore; e così via. La grandezza di Dantes consiste in questo: egli ha capito che la vita di un individuo dipende dalla divinità che ha scelto, e la sua vendetta non consiste nell’uccidere direttamente il suo rivale, bensì nell’uccidere il suo dio: così, attraverso abili manovre (al limite dell’inverosimile), porta l’avido alla bancarotta, distrugge la reputazione dell’arrivista, insinua il crimine nella vita di chi il crimine lo combatte, e così via.
– Che cosa desiderate da me come riscatto? Parlate.
– Ma semplicemente i cinque milioni che avete addosso.
Danglars sentì un terribile spasmo attanagliargli il cuore.
– Non possiedo altro al mondo, signore, ed è ciò che resta di un enorme patrimonio: se me lo togliete, toglietemi anche la vita!
Insomma, la vendetta di Dantes consiste nel gettare nella disperazione quanti lo avevano condannato alla disperazione, sapendo che non saranno in grado di rialzarsi sopra le macerie dei loro idoli. Chapeau!
Chiudo questa nota con un’ultima osservazione: a dispetto del pippone che ho fatto, molti contemporanei di Dumas criticarono Il conte di Montecristo dicendo che fosse un romanzo disimpegnato, spazzatura per lettori desiderosi di distrazione. Tali critiche dovrebbero suggerirci molte cose riguardo al nostro tempo e ai livelli di distrazione a cui siamo arrivati, ma in un certo senso sono anche comprensibili: Il conte di Montecristo è a tutti gli effetti un romanzo pensato per catturare il lettore attraverso continui colpi di scena e un sapiente uso della suspense. Da questo punto di vista, abbiamo a che fare con un antenato delle migliori serie TV che oggi tanto ci piacciono (in effetti, prima di diventare libro, il romanzo uscì a puntate lungo un arco di tempo di due anni). A dispetto della mole (più di 1200 pagine), anche il lettore di oggi troverà difficoltà a staccarsi da queste pagine e si troverà a tifare per Dantes pagina dopo pagina.

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